lunedì 25 agosto 2014

Pensiero del giorno di Lunedi 25 Agosto 2014 (Papa Francesco)



Penso al papà e alla mamma, che sono i primi educatori: come possono educare se la loro coscienza non è illuminata dalla Parola di Dio, se il loro modo di pensare e di agire non è guidato dalla Parola; quale esempio possono dare ai figli? Questo è importante, perché poi papà e mamma si lamentano: “questo figlio …” Ma tu, che testimonianza gli hai dato? Come gli hai parlato? Della Parola di Dio o della parola del telegiornale? Papà e mamma devono parlare già della Parola di Dio!
Papa Francesco - discorso 4 ottobre Assisi

da | reginamundi.info

Meditazione: Cristo chiama tutti gli uomini alla santità


 
 
Cristo chiama tutti gli uomini alla santità


Nel «Credo», dopo aver professato: «Credo la Chiesa una», aggiungiamo l’aggettivo «santa»; affermiamo cioè la santità della Chiesa, e questa è una caratteristica che è stata presente fin dagli inizi nella coscienza dei primi cristiani, i quali si chiamavano semplicemente “i santi” (cfr At 9,13.32.41; Rm 8,27; 1 Cor 6,1), perché avevano la certezza che è l’azione di Dio, lo Spirito Santo che santifica la Chiesa.

Ma in che senso la Chiesa è santa se vediamo che la Chiesa storica, nel suo cammino lungo i secoli, ha avuto tante difficoltà, problemi, momenti bui? Come può essere santa una Chiesa fatta di esseri umani, di peccatori? Uomini peccatori, donne peccatrici, sacerdoti peccatori, suore peccatrici, Vescovi peccatori, Cardinali peccatori, Papa peccatore? Tutti. Come può essere santa una Chiesa così?

Per rispondere alla domanda vorrei farmi guidare da un brano della Lettera di san Paolo ai cristiani di Efeso. L’Apostolo, prendendo come esempio i rapporti familiari, afferma che «Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa» (5,25-26). Cristo ha amato la Chiesa, donando tutto se stesso sulla croce. E questo significa che la Chiesa è santa perché procede da Dio che è santo, le è fedele e non l’abbandona in potere della morte e del male (cfr Mt 16,18) E’ santa perché Gesù Cristo, il Santo di Dio (cfr Mc 1,24), è unito in modo indissolubile ad essa (cfr Mt 28,20); è santa perché è guidata dallo Spirito Santo che purifica, trasforma, rinnova. Non è santa per i nostri meriti, ma perché Dio la rende santa, è frutto dello Spirito Santo e dei suoi doni. Non siamo noi a farla santa. È Dio, lo Spirito Santo, che nel suo amore fa santa la Chiesa.


Papa Francesco
Udienza generale del 02/10/2013 ( © Libreria Editrice Vaticana) 


da | VDG

Don Luciano Sanvito: Chiudere il Regno...


Chiudere il Regno...
"...CHE CHIUDETE IL REGNO DEI CIELI
DAVANTI AGLI UOMINI..."

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Chiudere il Regno dei cieli agli uomini non è solo un'azione ipocrita dei farisei di allora, ma è anche la grande tentazione di chi opera come loro oggi: educatori, catechisti, operatori pastorali, uomini di chiesa, preti, vescovi, cardinali...e papi.

E' facile assecondare spesso con la scusa e la motivazione più santa questa azione scellerata: chiudere il Regno dei cieli, non in se stesso, ma davanti agli uomini.
Succede ogni volta che il nostro essere maestri ci fa essere "davanti" a quel Regno, non a servizio di esso, ma facendocene garanti e padroni, quasi delle guardie del corpo, che hanno privilegi e diritti di fronte alle altre semplici persone.
E così, proprio magari mentre stiamo parlando, predicando e insegnando il Regno, ecco che lo nascondiamo e lo chiudiamo agli altri, oltre che a noi stessi.
Chiudere il Regno significa aprire agli altri solo quello che siamo noi.
Il Regno si identifica, nel nostro messaggio, con noi stessi che ne facciamo parte, secondo noi, di diritto.

MA CHIUDENDOLO DAVANTI AGLI ALTRI, ESSO APPARIRA' DIETRO


da | lachiesa.it

Lectio: Lunedì, 25 Agosto, 2014

Tempo ordinario
1) Preghiera
O Dio, che unisci in un solo volere le menti dei fedeli,
concedi al tuo popolo di amare ciò che comandi
e desiderare ciò che prometti,
perché fra le vicende del mondo
là siano fissi i nostri cuori dove è la vera gioia.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
2) Lettura del Vangelo
Dal Vangelo secondo Matteo 23,13-22
In quel tempo, Gesù parlò dicendo: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti agli uomini; perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi.
Guai a voi, guide cieche, che dite: Se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati. Stolti e ciechi: che cosa è più grande, l’oro o il tempio che rende sacro l’oro? E dite ancora: Se si giura per l’altare non vale, ma se si giura per l’offerta che vi sta sopra, si resta obbligati. Ciechi! Che cosa è più grande, l’offerta o l’altare che rende sacra l’offerta? Ebbene, chi giura per l’altare, giura per l’altare e per quanto vi sta sopra; e chi giura per il tempio, giura per il tempio e per Colui che l’abita. E chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi è assiso”.
3) Riflessione
• Nei prossimi tre giorni meditiamo il discorso pronunciato da Gesù che critica i dottori della legge ed i farisei, chiamandoli ipocriti. Nel vangelo di oggi (Mt 23,13-22), Gesù pronuncia contro di loro quattro volte l’espressione “Guai a voi…” (Mt 23,23-26), e nel vangelo di dopodomani, la pronuncia altre due volte (Mt 23,27-32). Sono espressioni contro i capi religiosi dell’epoca e sono parole molto dure. Nel meditarle, devo pensare non solo ai dottori ed ai farisei del tempo di Gesù, ma anche e soprattutto all’ipocrita che si trova in me, in noi, nella nostra famiglia, nella comunità, nella nostra Chiesa, nella società di oggi. Guardiamo nello specchio del testo per scoprire ciò che c’è di sbagliato in noi stessi.
• Matteo 23,13: Il primo ‘Guai a voi…’ contro coloro che chiudono la porta del Regno, perché così voi non vi entrate, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrarci. Come chiudono il Regno? Presentando Dio come un giudice severo, lasciando poco spazio alla misericordia. Imponendo in nome di Dio leggi e norme che non hanno nulla a che vedere con i comandamenti di Dio, falsificando l’immagine del Regno ed uccidendo il desiderio di servire Dio e il Regno. Una comunità che si organizza attorno a questo falso dio “non entra nel Regno”, non è nemmeno espressione del Regno, ed impedisce che i suoi membri entrino nel Regno.
• Matteo 23,14: Il secondo “Guai a voi…” va contro coloro che usano la religione per arricchirsi. Voi che sfruttate le vedove e rubate nelle loro case, e per occultarlo dite lunghe orazioni! Per questo, voi riceverete una condanna più severa”. Gesù permette ai discepoli di vivere il vangelo, poiché dice che l’operaio ha diritto al suo salario (Lc 10,7; cf. 1Cor 9,13-14), ma usare la preghiera e la religione come mezzo per arricchirsi, ciò è ipocrisia e non rivela la Buona Novella di Dio. Trasforma la religione in un mercato. Gesù scaccia i commercianti dal Tempio (Mc 11,15-19) citando i profeti Isaia e Geremia: “La mia casa sarà chiamata casa di preghiera per tutte le genti. Voi invece ne avete fatto una spelonca di ladroni” (Mc 11,17; cf Is 56,7; Jr 7,11). Quando il mago Simone volle comprare il dono dello Spirito Santo, Pietro lo maledisse (At 8,18-24). Simone ricevette la “condanna più severa” di cui Gesù parla nel vangelo di oggi.
• Matteo 23,15: La terza espressione di ‘Guai a voi…’ è contro coloro che fanno proselitismo “che percorrete il mare e la terra per fare un solo proselito e, ottenutolo, lo rendete figlio della Geenna il doppio di voi”. Ci sono persone che si fanno missionari e annunciano il vangelo non per irradiare la Buona Novella, ma per attrarre le persone per il loro gruppo o la loro chiesa. Una volta Giovanni proibì ad una persona di usare il nome di Gesù perché non faceva parte del suo gruppo. Gesù rispose: “Non lo proibite, poiché chi non è contro di noi è a nostro favore (Mc 9,39). Il documento dell’Assemblea Plenaria dei vescovi dell’America Latina, che si è svolta a marzo del 2008 ad Aparecida, Brasile, ha come titolo: “Discepoli e missionari di Gesù Cristo, affinché in Lui i nostri popoli abbiano vita.” Ossia, lo scopo della missione non è fare in modo che la gente diventi cattolica, ma che i popoli abbiano vita, e vita in abbondanza.
• Matteo 23,16-22: Il quarto Guai a voi …! è contro coloro che fanno giuramento: “Voi dite: se si giura per il tempio non vale, ma se si giura per l’oro del tempio si è obbligati”. Gesù fa una lunga disquisizione per mostrare l’incoerenza di tanti giuramenti che la gente faceva o che la religione ufficiale ordinava di fare: giuramenti per l’oro del Tempio o per l’offerta che sta sull’altare. L’insegnamento di Gesù, dato nel Discorso della Montagna, è il migliore commento del messaggio del vangelo di oggi: “Ma io vi dico: non giurate in modo alcuno, né per il cielo perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello per i suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del gran re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno." (Mt 5,34-37)
4) Per un confronto personale
• Sono quattro ‘Guai a voi…’ , quattro motivi per ricevere una critica severa da parte di Gesù. Quale delle quattro critiche si riferisce a me?
• La nostra Chiesa, merita oggi questi ‘Guai a voi’ da parte di Gesù?
5) Preghiera finale
Cantate al Signore un canto nuovo,
cantate al Signore da tutta la terra.
Cantate al Signore, benedite il suo nome. (Sal 95)

B. Maria di Gesù Crocifisso OCD, Vergine


maria di gesu crocifisso.jpg
 
 
Lunedì, 25 Agosto, 2014  
       
Mariam Baouardy nacque ad Abellin in Galilea il 5 gennaio 1846, da genitori molto poveri ma altrettanto onesti e pii cristiani greco-cattolici. Rimasta orfana di entrambi i genitori a soli tre anni di età insieme al fratello Paolo, venne affidata ad uno zio paterno, che alcuni anni dopo si trasferì ad Alessandria d'Egitto. Non ricevette alcuna istruzione scolastica: era analfabeta. A tredici anni, per il desiderio di appartenere solo a Dio, rifiuta con fortezza il matrimonio che, secondo le consuetudini orientali, le aveva preparato lo zio. Seguirono alcuni anni durante i quali lavora come domestica ad Alessandria, Gerusalemme, Beirut e Marsiglia.
Qui all'inizio della Quaresima del 1865, entrò dalle Suore della Compassione, ma ammalatasi dovette lasciare dopo due mesi. Fu poi accolta nell'Istituto delle Suore di San Giuseppe dell'Apparizione, ma dopo due anni di postulandato ne fu dimessa, essendo stata giudicata più adatta per la vita claustrale. Fu così che il 14 giugno 1867 arrivò al Carmelo di Pau.
Il 21 agosto 1870, ancora novizia, partì per l'India per la fondazione di un Carmelo a Mangalore. Il 21 novembre 1871 fece la sua professione religiosa. Un anno dopo fu rimandata a Pau, da dove partì con altre religiose nell'agosto 1875 per Betlemme, per la fondazione del primo Carmelo in terra di Palestina. Morì il 26 agosto 1878 a Betlemme a causa di una cancrena contratta in seguito ad una frattura prodotta da una caduta. Fu beatificata da Giovanni Paolo II il 13 novembre 1983.


BEATIFICAZIONE DI SUOR MARIA DI GESÙ CROCIFISSO
OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 13 novembre 1983

“Ascolta, figlia” . . . (Sal 45, 11).
1. Oggi la Chiesa applica queste parole del Salmo a suor Maria di Gesù Crocifisso, Carmelitana Scalza, nata nella terra che vide lo svolgersi della vita di Gesù di Nazaret; terra che è situata in una regione che anche in questi giorni continua ad essere al centro di gravissime preoccupazioni e dolorose tensioni.
“Ascolta, figlia”. Ecco, nella memoria del Popolo di Dio viene profondamente iscritta la via di suor Maria verso lo Sposo divino. Oggi la Chiesa la incorona con l’atto di beatificazione. Tale atto vuole rendere testimonianza alla speciale “bellezza” spirituale di questa figlia della Terra Santa; una “bellezza” che è maturata nel bagliore del mistero della Redenzione: nei raggi della nascita e dell’insegnamento, della croce e della risurrezione di Gesù Cristo.
La liturgia dice alla nuova Beata: “Egli è il tuo Signore: prostrati a lui” (Sal 45, 12).
E allo stesso tempo con le parole del medesimo Salmo la liturgia manifesta la gioia per l’elevazione agli altari dell’umile Serva di Dio.
“La figlia del re è tutta splendore / gemme e tessuto d’oro è il suo vestito . . .” (Sal 45, 14): tessuto d’oro della fede, della speranza e dell’amore; delle virtù teologali e morali che essa esercitò in grado eroico come figlia del Carmelo.
2. In quest’Anno che la Chiesa vive come Giubileo straordinario della Redenzione, molte volte ci siamo riuniti attorno a figure che hanno raggiunto la gloria degli altari. È un segno particolare della inesauribile potenza della Redenzione, che opera nelle anime dei Servi e delle Serve di Dio, permettendo loro di proseguire tenacemente sulla via della vocazione alla santità.
Questa vocazione ha il suo eterno inizio nel disegno salvifico della santissima Trinità, di cui parla la seconda lettura della Messa: “Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto li ha anche predestinati ad essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinati li ha anche chiamati; quelli che ha chiamati li ha anche giustificati; quelli che ha giustificati li ha anche glorificati” (Rm 8, 29-30).
In questa grandiosa visuale paolina noi penetriamo, per così dire, nell’intimo stesso del pensiero divino, cogliendo in qualche modo la “logica” del piano della salvezza, nel concatenarsi delle misteriose azioni che conducono alla sua piena attuazione. Così dunque la vocazione alla santità è l’eterno disegno di Dio nei riguardi dell’uomo: nei riguardi, oggi, della nostra sorella Maria di Gesù Crocifisso.
3. La vocazione alla santità, inoltre, è un frutto della rivelazione e della conoscenza. Ne parla con parole penetranti l’odierno Vangelo. Dice Gesù: “Ti benedico o Padre, Signore del cielo e della terra, perché hai tenuto nascoste queste cose ai sapienti e agli intelligenti e le hai rivelate ai piccoli. Sì, o Padre, perché così è piaciuto a te. Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 25-27).
La vera sapienza e intelligenza suppone la “piccolezza”, intesa come docilità allo Spirito Santo. Con essa sola è possibile, nel Figlio, per il Figlio e col Figlio, conoscere i misteri del Padre, che restano invece ignoti ai sapienti e intelligenti di questo mondo, accecati dalla stoltezza e superbia (cf. 1 Cor 1, 18-21).
La vocazione alla santità viene attuata da quei “piccoli” del Vangelo che con tutto il cuore accettano la Rivelazione divina. Grazie a ciò “conoscono il Figlio”, e grazie al Figlio “conoscono il Padre”.
Tale conoscenza infatti è, al tempo stesso, l’accettazione della vocazione: “Venite a me . . . Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me . . .” (Mt 11, 28-29).
Ed ecco che si va a Cristo proprio come a lui è venuta suor Maria di Gesù Crocifisso, cioè prendendo sopra di sé il suo giogo, imparando da lui, perché è mite e umile di cuore, e trovando ristoro per la propria anima (cf. Mt 11, 28-29).
4. E tutto ciò è opera dell’amore. La santità si appoggia, prima di tutto, sull’amore. È il suo frutto maturo. E nella liturgia odierna, in modo particolare, è esaltato l’amore:
- “l’amore, forte come la morte”;
- “l’amore che le grandi acque non possono spegnere”;
- “l’amore, in cambio del quale bisogna dare tutte le ricchezze della propria casa” (cf. Ct 8, 6-7).
Così ne parla l’autore del Cantico dei cantici. E san Paolo, nella lettera ai Romani, insegna che “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rm 8, 28). Proprio questa cooperazione traccia la via della santità, direi, giorno per giorno, per tutta la vita. Su questa via si realizza la santità come eterna vocazione di coloro “che sono stati chiamati secondo il disegno di Dio” (cf. Rm 8, 28).
5. Le letture della Liturgia odierna sono uno splendido commento alla vita di suor Maria, nata vicino a Nazaret e morta nel Carmelo di Betlemme a 33 anni. Il suo amore per Cristo è stato forte come la morte; le prove più dolorose non lo hanno spento, ma al contrario lo hanno purificato e irrobustito. Essa ha dato tutto per questo amore.
L’intera vita della piccola araba, colma di straordinari doni mistici, è stata, nella luce dello Spirito Santo, la risposta cosciente e irrevocabile ad una vocazione di santità, vale a dire a quel progetto eterno di salvezza, di cui parla san Paolo, che la misericordia divina ha stabilito per ciascuno di noi.
Tutta la sua vita è frutto di quella suprema “sapienza” evangelica della quale Dio si compiace di arricchire gli umili e i poveri, per confondere i potenti. Dotata di grande limpidezza d’animo, di una fervida intelligenza naturale e di quella fantasia poetica caratteristica dei popoli semitici, la piccola Maria, non ebbe l’opportunità di accedere ad alti studi, ma ciò non le impedì, grazie alla sua eminente virtù, di essere ripiena di quella “conoscenza” che ha il massimo valore, e per donarci la quale Cristo è morto in croce: la conoscenza del Mistero Trinitario, prospettiva tanto importante in quella spiritualità cristiana orientale, nella quale la piccola araba era stata educata.
6. Come si legge nel Decreto canonico di beatificazione, “l’umile serva di Cristo, Maria di Gesù Crocifisso, appartenendo per stirpe, rito, vocazione e peregrinazioni ai popoli dell’Oriente ed essendone in qualche modo rappresentante, è come un dono fatto alla Chiesa universale da coloro che, nelle misere condizioni di lotta e di sangue nelle quali stanno versando, specialmente ora ricorrono con grande fiducia dell’animo alla sua fraterna intercessione, nella speranza che anche grazie alle preghiere della Serva di Dio vengano finalmente restituite la pace e la concordia in quelle terre, dove “il Verbo si è fatto carne” (Gv 1, 14), essendo egli stesso la nostra pace”.
La Beata Maria è nata in Galilea. Per questo il nostro pensiero orante vuole andare oggi in modo speciale alla Terra dove Gesù ha insegnato l’amore ed è morto perché l’umanità avesse la riconciliazione. “Quella Terra - come ricordavo già in altra occasione - vede, da decenni, due popoli contrapposti in un antagonismo finora irriducibile. Ognuno di loro ha una storia, una tradizione, una vicenda propria, che sembrano rendere difficile una composizione” (Giovanni Paolo II, Allocutio occasione oblata orationis dominicae Angelus Domini habita, 5, domenica 4 aprile 1982: Insegnamenti di Giovanni Paolo II, V/1 [1982] 1110).
Oggi più che mai le minacce che incombono ci sollecitano a fare dell’amore e della fratellanza la legge fondamentale dei rapporti sociali e internazionali, in uno spirito di riconciliazione e di perdono, prendendo ispirazione dallo stile di vita, del quale la Beata Maria di Gesù Crocifisso è di esempio non solo per il suo popolo, ma per il mondo intero. Questo nuovo stile di vita possa darci una pace fondata non sul terrore, ma sulla reciproca fiducia.
7. Ci rallegriamo oggi presso l’altare della Confessione di san Pietro per la beatificazione di suor Maria. Iscriviamo questa gioia della Chiesa nel conto dell’Anno Giubilare della Redenzione. Lodiamo insieme con Cristo il Padre perché agli occhi dell’anima di suor Maria di Gesù Crocifisso ha rivelato il mistero della verità e dell’amore e l’ha resa partecipe della gloria del suo Regno.
Preghiamo col Salmista la nuova Beata perché il Signore conceda pace alla sua terra: “Domandate pace per Gerusalemme: sia pace a coloro che ti amano, sia pace sulle tue mura, sicurezza nei tuoi baluardi. Per i miei fratelli e i miei amici io dirò: “Su di te sia pace!”. Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Sal 122, 6-9).

domenica 24 agosto 2014

L'APOSTOLATO DELLA CARMELITANA ~ B. Elisabetta della Trinità



B. Elisabetta della Trinità

Reverendo, non le sembra che per le anime non ci sono distanze né separazioni? Questa è proprio la realizzazione della preghiera del Cristo: « Padre, che essi siano consumati in uno ». Mi pare che le anime sulla terra e i glorificati nella luce della visione siano così vicini gli uni agli altri, perché tutti sono in comunione con uno stesso Dio, con un medesimo Padre che si dona agli uni nella fede e nel mistero, e sazia gli altri dei suoi splendori divini, ma è pur sempre lo stesso Dio che portiamo dentro di noi. Egli si china su di noi con tutta la sua carità, di giorno e di notte, per comunicarci, infonderci la sua vita divina allo scopo di trasformarci in creature deificate che lo riflettano dovunque. Quale potenza esercita sulle anime l'apostolo che resta sempre unito alla sorgente delle acque vive! Allora la sua anima può traboccare e riversare tutt'intorno la vita senza vuotarsi mai perché comunica con l'Infinito!
Prego tanto per lei affinché Dio penetri tutte le potenze della sua anima, la faccia partecipe di ogni mistero e tutto in lei sia divino e segnato del suo sigillo. Così sarà un altro Cristo operante per la gloria del Padre! Sono certa che lei pure prega per me. Dal fondo della mia solitudine del Carmelo, voglio essere apostolo insieme con lei, voglio lavorare per la gloria di Dio e per questo occorre che sia tutta piena di lui. Allora sarò onnipotente: uno sguardo, un desiderio diventano una preghiera irresistibile che può ottenere tutto perché, in certo modo, è Dio stesso che offriamo a Dio. Che le nostre anime siano un'anima sola in lui, e mentre lei lo porta alle anime, io resterò in silenzio e adorazione accanto al Maestro come la Maddalena a pregarlo di rendere feconda nelle anime la sua parola. « Apostolo, carmelitana » sono la stessa cosa! Diamoci totalmente a lui, reverendo. Lasciamoci invadere dalla sua linfa divina; che egli sia la vita della nostra vita, l'anima della nostra anima e restiamo consapevolmente, giorno e notte sotto la sua azione divina. Voglia credere, reverendo, alla mia completa devozione in nostro Signore.
B. Elisabetta della Trinità, Lettera al Rev.do Sac. Beaubis, in Scritti, pp. 305-306.

SAN GIOVANNI DELLA CROCE, MAESTRO DELLA FEDE



Lettera Apostolica di sua Santità Giovanni Paolo II

1. Maestro della Fede e testimone del Dio vivo, San Giovanni della Croce si fa presente nella memoria della Chiesa, soprattutto oggi, nella celebrazione del IV Centenario del suo transito alla gloria, che ebbe luogo il 14 dicembre 1591, quando dal suo convento di Ubeda fu chiamato alla casa del Padre.

È una gioia per tutta la Chiesa verificare gli abbondanti frutti della santità e sapienza che questo suo figlio continua a dare con l’esempio della sua vita e la luce dei suoi scritti. In effetti, la sua figura e il suo insegnamento attirano l’interesse dei più svariati ambienti religiosi e culturali, che in esso trovano accoglienza e risposta alle aspirazioni più profonde dell’uomo e del credente. Nutro, poi, la speranza che questa celebrazione giubilare serva per dare maggiore risalto e diffusione al suo messaggio centrale: la vita teologale nella fede, speranza ed amore.

Questo messaggio, diretto a tutti, è eredità e missione impellente per il Carmelo Teresiano che, a ragione, lo considera Padre e Maestro spirituale. Il suo esempio è ideale di vita; i suoi scritti sono un tesoro da condividere con quanti cercano oggi il volto di Dio; la sua dottrina è anche parola attuale, in modo speciale per la Spagna, sua patria, le cui lettere e nome onora con il suo magistero di portata universale.

2. Io stesso mi sono sentito attratto specialmente dalla esperienza ed insegnamenti del Santo di Fontiveros. Fin dai primi anni della mia formazione sacerdotale trovai in lui una guida sicura nei sentieri della fede. Questo aspetto della sua dottrina mi parve di importanza vitale per tutti i cristiani, soprattutto in una epoca, esploratrice di nuove vie, ma anche esposta a rischi e tentazioni nell’ambito della fede.

Mentre rimaneva ancora vivo il clima spirituale suscitato dalla celebrazione del IV Centenario della nascita del Santo carmelitano (1542-1942) e l’Europa risorgeva dalle sue ceneri, dopo avere sperimentato la notte oscura della guerra, elaborai in Roma la mia tesi dottorale in Teologia su La fede secondo San Giovanni della Croce. In essa analizzavo e mettevo in risalto l’affermazione centrale del Dottore mistico: la fede è l’unico mezzo, prossimo e proporzionato per la comunione con Dio. Già allora intuivo che la sintesi di San Giovanni della Croce contiene non solamente una solida dottrina teologica ma, soprattutto, una esposizione della vita cristiana nei suoi aspetti basilari quali sono la comunione con Dio, la dimensione contemplativa della preghiera, la forza teologale della missione apostolica, la tensione della speranza cristiana.

Durante la mia visita in Spagna, nel novembre del 1982, ebbi la gioia di celebrare la sua memoria in Segovia, davanti al suggestivo scenario dell’acquedotto romano, e venerare le sue reliquie presso il suo sepolcro. Potei proclamare nuovamente lì il grande messaggio della fede, come essenza del suo insegnamento per tutta la Chiesa, per la Spagna, per il Carmelo. Una fede viva e vigorosa che cerca ed incontra Dio nel suo Figlio Gesù Cristo, nella Chiesa, nella bellezza della creazione, nella preghiera silenziosa, nella oscurità della notte e nella fiamma purificatrice dello Spirito.

3. Nel celebrare ora il IV Centenario della sua morte, è conveniente, una volta di più, porsi in ascolto di questo maestro. Per una felice coincidenza si fa nostro compagno di viaggio in questo periodo della storia, alle soglie dell’anno 2000, quando si compiono i 25 anni della chiusura del Concilio Vaticano II, che diede impulso e favorì il rinnovamento della Chiesa in ciò che si riferisce alla purezza della dottrina e santità della vita. “La Chiesa - afferma il Concilio - ha il compito di rendere presenti e quasi visibili Dio Padre e il Figlio suo incarnato, rinnovando se stessa e purificandosi anzitutto con la testimonianza di una fede viva e matura, vale a dire opportunamente educata alla capacità di guardare in faccia con lucidità alle difficoltà per superarle”.

Presenza di Dio e di Cristo, purificazione rinnovatrice sotto la guida dello Spirito, esperienza di una fede illuminata e adulta. Non è questo in realtà il contenuto centrale della dottrina di San Giovanni della Croce e il suo messaggio per la Chiesa e gli uomini di oggi? Rinnovare e ravvivare la fede costituisce la base imprescindibile per affrontare qualsiasi dei grandi compiti che si presentano oggi con maggiore urgenza alla Chiesa: sperimentare la presenza salvifica di Dio in Cristo, nel centro stesso della vita e della storia, riscoprire la condizione umana e la filiazione divina dell’uomo, la sua vocazione alla comunione con Dio, ragione suprema della sua dignità, portare avanti una nuova evangelizzazione a partire dalla rievangelizzazione dei credenti, aprendosi sempre più all’insegnamento e alla luce di Cristo.

4. Molti sono gli aspetti per i quali Giovanni della Croce è conosciuto nella Chiesa e nel mondo della cultura: come letterato e poeta della lingua castellana, come artista ed umanista, come uomo di profonde esperienze mistiche, teologo ed esegeta spirituale, maestro di spirito e direttore di anime. Come maestro nel cammino della fede, la sua figura e scritti illuminano quanti cercano l’esperienza di Dio per mezzo della contemplazione e dell’abnegato servizio ai fratelli. Nella sua elevata produzione poetica, nei suoi trattati dottrinali - Salita del Monte Carmelo, Notte Oscura, Cantico Spirituale, e Fiamma viva d’Amore - così come nei suoi scritti brevi e sostanziosi - Parole di luce e di amore, Avvisi e Lettere -, il Santo ci ha lasciato una sintesi di spiritualità e di esperienza mistica cristiana. Nonostante, fra tanta ricchezza di temi e contenuti, desidero fissare l’attenzione sul suo messaggio centrale: la fede viva, guida del cristiano, unica luce nelle notti oscure della prova, fiamma ardente alimentata dallo Spirito.

La fede, come ben dimostra il Santo con la sua vita, ispira l’adorazione e la lode, conferisce a tutta l’esistenza realismo umano e sapore di trascendenza. Desidero, poi, con la luce dello “Spirito Santo fattosi maestro”, in sintonia con lo stile sapienziale di Fra Giovanni della Croce, commentare alcuni aspetti della sua dottrina circa la fede, partecipando il suo messaggio con gli uomini e donne che vivono oggi in questa ora la storia piena di sfide e speranze.

da | O.Carm

TERESA DI LISIEUX - LA SCOPERTA DELLA PICCOLA VIA





La storia dei Santi è sempre una storia d'amore e la vita di Teresa è stata una continua manifestazione di Dio che si è rivelato a lei come Amore sublime, misericordia e carità infinite.

Tale carità divina, nella pietà quotidiana della Santa, è concretamente rappresentata dall'Eucaristia. Basta rileggere alcune pagine del Manoscritto A per rendersi conto della fervente devozione al Cristo dell'Eucaristia e quanto questo Sacramento abbia nutrito la sua vita spirituale.

Ella vi vede contenuti la sorgente e l'ideale della sua vita cristiana e carmelitana: amore filiale e somma piccolezza.

La piccola Teresa intuisce molto presto di non avere altra guida che Gesù Eucaristia per giungere alla santità e per salire fino la cielo.

Per questo avverte un forte desiderio di accostarsi spesso alla Santa Comunione: «Egli discende tutti i giorni dal cielo, non per restare nel ciborio d'oro, ma per trovarne un altro: il cielo della nostra anima. Questo cielo gli è infinitamente più caro del primo perché è fatto a sua immagine: è il tempio vivo dell'adorabile Trinità».

Teresa coglie tre aspetti dell'umanità di Cristo: infanzia, Eucaristia ed infine il volto sofferente di Gesù.

Per quanto riguarda il primo aspetto, è da Gesù Bambino che apprende la via dell'infanzia spirituale, come strada sicura per arrivare al Cuore di Dio.

Nella notte di Natale del 1886, riflette sul fatto che Dio, in Cristo, si è fatto bambino, piccolo e povero. È la luce natalizia evangelica che le chiarisce la sua vocazione: anche lei sarebbe stata piccola, povera, fatta quasi di niente.

Dio l'andava istruendo nella scienza nascosta agli intelligenti e ai dotti, ma che si degna di rivelare ai piccoli. Sente questo indirizzato a lei personalmente.
Il simbolo del piccolo le fa cogliere la dimensione della fiducia del bambino che tende le mani senza riserve. Ed è proprio questo il motivo conduttore della sua «piccola via». Il bambino è per Teresa l'emblema della sua esistenza rifugiata in Dio, affidata al suo sguardo misericordioso nel presente, passato e avvenire.
LA SCOPERTA DELLA PICCOLA VIA

Teresa stessa designa la sua via che porta a Dio, come «piccola via» che può essere percorsa solo da chi si fa «bambino» (Mc 10,14-16). Questa via è un'esistenza nascosta, senza estasi, senza penitenze particolari, senza appariscenza, tutta occupata a mettere amore nelle attività ordinarie. Ha scoperto che il Signore è misericordia in modo particolarissimo per le creature «povere», che riconoscono cioè la loro piccolezza spirituale, la loro impotenza a raggiungere la santità con le sole proprie forze. La Santa intuisce e ripropone la verità evangelica della gratuità assoluta dell'amore di Dio, che si comunica agli uomini in proporzione alla povertà del loro cuore, cioè alla loro consapevolezza che Egli non deve loro nulla e tuttavia mendica il dono dell'amore collocato nelle umili cose quotidiane, fatte appunto per suo amore. La «piccola via» però, non è così semplice, è anzi «dura e spinosa» perché suppone una virtù adulta o che lo vuol diventare con l'aiuto divino. Essa infatti, è l'imitazione che la creatura fa dell'abbassamento di Dio; è il cammino pasquale della croce che spoglia progressivamente l'anima introducendola nell'amore sul modello di Gesù. Bisogna saper percepire la dolorosa abnegazione che si nasconde in questo. Teresa insegna ai discepoli della «piccola via» una grande spoliazione, senza la quale la felicità promessa ai poveri di spirito è pura illusione. «Povertà» e «infanzia», che Teresa ha riproposto al mondo ripetendo il Vangelo, sono beatitudini che «si nutrono della linfa della Croce».
MODO DI VIVERE LE UMILIAZIONI

Ogni giorno passa lunghe ore nella cappella del suo monastero: il tabernacolo è veramente il polo della sua vita contemplativa. Gesù, «chiuso» per amore dietro la porta dei tabernacoli, attende in cambio che un'anima fedele gli renda visita, gli renda grazie e sia felice di vivere, ella pure, umile e nascosta.

La piccola carmelitana ha sentito molto presto svilupparsi nel suo cuore il desiderio di vivere «ignorata e considerata un nulla». Dopo la sua entrata al Carmelo, la meditazione del Santo Volto sofferente di Cristo, rende ancora più profondo il suo desiderio di essere dimenticata e umiliata.

Ella vede nell'umiliazione, un mezzo provvidenziale per custodire nel suo cuore il sentimento benefico del suo «piccolo niente», della sua «impotenza radicale ad ogni bene», in una parola la tranquilla coscienza della sua povertà spirituale.
IL VALORE DEI NOSTRI MERITI

L'Eucaristia, è la sintesi in cui noi dobbiamo far convergere tutto ciò che siamo e abbiamo perché diventi un inno di gloria a Dio e uno strumento di salvezza. È proprio questo Sacramento, il cui significato letterale è «rendimento di grazie», a dare valore e significato a tutti i momenti della nostra vita.

È anche stato giustamente definito il «Sacramento del quotidiano». La nostra quotidianità che spesso appare grigia, se viene rapportata con volontà e devozione all'Eucaristia, acquista, in unione a Cristo e ai meriti del suo Corpo e del suo Sangue, un valore immenso.

Niente è più casuale o futile, persino l'evento più insignificante parla il linguaggio della fede, della speranza e, soprattutto, dell'amore.

Questa è la vita eucaristica, la vita in cui ogni cosa diventa un motivo per dire «grazie». Spesso è piccola, nascosta, ma è come lievito, come un granello di senape, come un sorriso. L'Eucaristia, a volte, è un «piccolo» evento di cui sanno poche persone, avviene con gesti semplici e nascosti; ma grande o piccolo, è lo stesso evento, il quale rivela che l'amore è più forte di tutto.

Per tutta la vita, Teresa ha creduto nell'efficacia apostolica della più piccola delle sue azioni. «Raccogliere uno spillo per amore - le piace ripetere - può salvare un'anima. Che mistero!».

Sperduta nel suo piccolo Carmelo di provincia, occupata a svolgere compiti ripetitivi e molto banali, Teresa è persuasa che «non è il valore e neppure la santità apparente delle azioni quello che conta, ma solo l'amore che ci si mette» (CSG 65).

Alla fine del suo ultimo manoscritto esprime quello che ha compreso un giorno che meditava un versetto del Cantico: «Attirami, noi corriamo all'odore dei tuoi profumi».

È convinta che, più si getta nel Signore, più attira nello stesso tempo a Lui tutti quelli che le sono uniti con i legami della Comunione dei Santi. Comprende che c'è nel campo spirituale una vera legge di attrazione universale che permette a tutte le anime di aiutarsi a vicenda nel loro movimento ascensionale verso Dio. E scrive: «... quando un'anima si è lasciata avvincere dall'odore inebriante dei Vostri profumi, non sa più correre da sola: tutte le anime che ama sono trascinate al suo seguito...» (C 34). Così l'Eucaristia diventa Comunione, Apostolato e Missione.
LA FECONDITÀ DELLA CROCE

Fino alla fine della sua vita, Teresa vede i peccatori come figli da salvare e per loro vuole offrire il suo amore inestinguibile. Il testo evangelico che Teresa cita più volentieri per esprimere la sua fede nella fecondità apostolica delle sue sofferenze, è l'espressione di Gesù riportata da Giovanni 12,24: «Se il chicco di frumento caduto a terra non muore, rimane solo; ma se muore, porta molto frutto».

A dire il vero Teresa non ha saputo subito trasformare le proprie sofferenze in gioie; scrive infatti: «È una grazia che mi è stata concessa solo più tardi». Le prove non le sono mancate fino dall'infanzia, ma solo in un secondo tempo comprende che, per soffrire «secondo il Cuore di Dio», non c'è affatto bisogno di soffrire con coraggio, senza aver l'aria di accorgersi delle proprie sofferenze, come eroi, o le grandi anime, ma basta accettarle così come vengono, offrendole al Signore con tutto il cuore e credendo profondamente che non sono inutili. Scrive infatti alla sorella Céline: «Non pensiamo di poter amare senza soffrire, senza soffrire molto. Soffriamo con amarezza, cioè senza coraggio!... Gesù ha sofferto con tristezza; senza tristezza, un'anima soffrirebbe forse? E noi vorremmo soffrire generosamente, grandemente... Che illusione!».

È proprio in questo modo che Teresa accoglie la sua sofferenza. Il dolore la trova senza forza, senza gioia, ma che importa! Come essa presentiva già a sedici anni, «la santità non consiste nel dire cose belle, neppure consiste nel pensarle, nel sentirle, essa consiste nel voler ben soffrire».
L'OFFERTA ALL'AMORE MISERICORDIOSO

Dopo la scoperta della «piccola via», per Teresa la «misericordia» di Dio diventa il sole della sua vita. «Proprio dell'amore è abbassarsi» scrive Teresa, provando così quanto pensi ad un amore di misericordia. Di Gesù l'affascina l'amore che le ha testimoniato con i suoi «annientamenti»: la mangiatoia, la Croce, l'Eucaristia, tappe di un abbassamento sempre più incredibile. Immersa in questa «fornace», cioè nello Spirito Santo amore, Teresa non può che «amarlo e farlo amare» e offrirsi a Lui quale «vittima di olocausto», per essere tutta consumata da questo fuoco di Amore trinitario. L'Atto di offerta costituisce uno dei testi più belli e più profondi della letteratura teresiana; Teresa lo pronuncia il 9 giugno 1895, festa della Santa Trinità, durante il ringraziamento dopo la santa Comunione ed è la stessa Santa a scriverne il testo (lo riporteremo per intero alla fine).

da | O.Carm

Professione di fede: Il discepolo entra nella storia attraverso l'atto di fede



di | don Luciano Sanvito

Gesù
Gesù entra nella storia umana attraverso le conoscenze storiche, umane: "...la carne e il sangue".
Cristo
Il Cristo entra nella storia attraverso la Rivelazione del Padre, operata nello Spirito.
Noi
Il discepolo entra nella storia attraverso l'atto di fede, la professione.
Mentre diciamo con fede la nostra professione a Cristo nello Spirito, ecco che anche noi siamo rivestiti del potere spirituale del discepolo.

Dire chi è Gesù è solo una nozione intellettuale e del pensiero umano.
Ma professare chi è il Cristo è opera e dono della fede Paterna, di Dio.
E quando professiamo nella fede chi è il Cristo, anche noi siamo da Lui professati come cristiani, come apostoli, rivestiti del suo potere, di quel potere donato a Pietro, e attraverso di lui, a noi.

La professione della fede
Non nasce da una conoscenza intellettuale, ma da una frequentazione, dall'esperienza con Gesù, dal condividere i suoi atteggiamenti e le sue realtà di vita, la sua stessa fede: dalla fede cristica, ecco la nostra fede.

Ma la professione della fede è sempre una risposta alla domanda:
"Voi, chi dite che io sia?"
CON LA MIA VITA, ORA, COSA STO DICENDO CHE SIA IL CRISTO?

da | lachiesa.it

Lectio Divina: Domenica, 24 Agosto, 2014


Lectio: 
 Domenica, 24 Agosto, 2014  
Pietro, tu sei la pietra!Pietra di appoggio, Pietra di inciampoMatteo 16,13-20

1. Orazione iniziale
Signore Gesù, invia il tuo Spirito, perché ci aiuti a leggere la Scrittura con lo stesso sguardo, con il quale l’hai letta Tu per i discepoli sulla strada di Emmaus. Con la luce della Parola, scritta nella Bibbia, Tu li aiutasti a scoprire la presenza di Dio negli avvenimenti sconvolgenti della tua condanna e della tua morte. Così, la croce che sembrava essere la fine di ogni speranza, è apparsa loro come sorgente di vita e di risurrezione.

Crea in noi il silenzio per ascoltare la tua voce nella creazione e nella Scrittura, negli avvenimenti e nelle persone, soprattutto nei poveri e sofferenti. La tua Parola ci orienti, affinché anche noi, come i due discepoli di Emmaus, possiamo sperimentare la forza della tua risurrezione e testimoniare agli altri che Tu sei vivo in mezzo a noi come fonte di fraternità, di giustizia e di pace. Questo noi chiediamo a Te, Gesù, figlio di Maria, che ci hai rivelato il Padre e inviato lo Spirito. Amen.

2. Lettura
a) Una divisione del testo per aiutarne la lettura:
Matteo 16,13-14: Gesù vuole conoscere l’opinione della gente
Matteo 16,15-16: Gesù interpella i discepoli, e Pietro risponde per tutti
Matteo 10,17-20: Risposta solenne di Gesù a Pietro
Matteo 16,13-20c) Chiave di lettura:
Nel vangelo di questa domenica, Gesù indaga su ciò che la gente pensa rispetto a lui: “Chi dice la gente che io sia?” Dopo aver saputo l’opinione della gente, vuole conoscere l’opinione dei suoi discepoli. Pietro, in nome di tutti fa la sua professione di fede. Gesù conferma la fede di Pietro. Nel corso della lettura, facciamo attenzione a quanto segue: “Quale tipo di conferma Gesù conferisce a Pietro?”
c) Il testo:
13Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». 14Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». 15Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». 16Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». 17E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. 18E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. 19A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli».
20Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo.

3. Momento di silenzio orante
perché la Parola di Dio possa entrare in noi ed illuminare la nostra vita.

4. Alcune domande
per aiutarci nella meditazione e nella orazione.
a) Quale è il punto che ti ha maggiormente colpito? Perché?
b) Quali sono le opinioni della gente nei riguardi di Gesù? Quale è l’opinione dei discepoli e di Pietro su Gesù?
c) Quale è la mia opinione su Gesù? Chi sono io per Gesù?
d) Pietro é pietra in due modi. Quali? (Cf. Matteo 16,21-23)
e) Che tipo di pietra sono io per gli altri? Che tipo di pietra è la nostra comunità?
f) Nel testo appaiono molte opinioni su Gesù e vari modi di esprimere la fede. Anche oggi ci sono molte opinioni diverse su Gesù. Quali sono le opinioni che ci sono nella nostra comunità su Gesù? Quale è la missione che ne risulta per noi?

5. Per coloro che vogliono approfondire maggiormente il tema
a) Contesto in cui il nostro testo appare nel Vangelo di Matteo:
* La conversazione tra Gesù e Pietro riceve interpretazioni diverse e perfino opposte nelle varie chiese cristiane. Nella chiesa cattolica, si fondamenta il primato di Pietro. Per questo, senza diminuire affatto il significato del testo, conviene collocarlo nel contesto del Vangelo di Matteo, in cui, in altri testi, le stesse qualità conferite a Pietro vengono attribuite quasi tutte anche ad altre persone. Non sono esclusive di Pietro.
* E’ sempre bene avere presente che il Vangelo di Matteo è stato scritto alla fine del primo secolo per le comunità dei Giudei convertiti che vivevano nella regione della Galilea e della Siria. Erano comunità sofferte e perseguitate da molti dubbi circa la loro fede in Gesù. Il Vangelo di Matteo cerca di aiutarle a superare la crisi e di confermarle nella fede in Gesù Messia che è venuto a compiere le promesse dell’Antico Testamento.
b) Commento del testo:
Matteo 16,13-16: Le opinioni della gente e dei discepoli riguardo a Gesù.
Gesù chiede l’opinione della gente nei suoi riguardi. Le risposte sono assai varie: Giovanni Battista, Elia, Geremia, qualche profeta. Quando Gesù indaga sull’opinione dei propri discepoli, Pietro diventa il portavoce e dice: “Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivente!” La risposta di Pietro significa che riconosce in Gesù il compimento delle profezie dell’Antico Testamento e che in Gesù abbiamo la rivelazione definitiva del Padre per noi. Questa confessione di Pietro non è nuova. Prima, dopo aver camminato sulle acque, gli altri discepoli avevano già fatto la stessa professione di fede: “Veramente, tu sei il figlio di Dio!” (Mt 14,33). Nel Vangelo di Giovanni, questa stessa professione di Pietro la fa Marta: “Tu sei il Cristo, il figlio di Dio venuto nel mondo!” (Gv 11,27).
Matteo 16,17: La risposta di Gesù a Pietro: "Beato te, Pietro!"
Gesù proclama Pietro “Beato!” perché ha ricevuto una rivelazione da parte del Padre. Anche in questo caso la risposta di Gesù non è nuova. Prima Gesù aveva fatto un’identica proclamazione di felicità ai discepoli per aver visto e udito cose che prima nessuno sapeva (Mt 13,16), ed aveva lodato il Padre per aver rivelato il Figlio ai piccoli e non ai sapienti (Mt 11,25). Pietro è uno di questi piccoli a cui il Padre si rivela. La percezione della presenza di Dio in Gesù non viene “dalla carne né dal sangue”, ossia non è frutto del merito di uno sforzo umano, bensì è un dono che Dio concede a chi vuole.
Matteo 16,18-20: Le attribuzioni di Pietro:Sono tre le attribuzioni che Pietro riceve da Gesù: (i) Essere pietra di appoggio, (ii) ricevere le chiavi del Regno, ed (iii) essere fondamento della Chiesa.
i) Essere Pietra: Simone, il figlio di Giona, riceve da Gesù un nome nuovo che èCefas, e ciò vuol dire, Pietra. Per questo, è chiamato Pietro. Pietro deve esserepietra, cioè, deve essere fondamento sicuro per la chiesa a punto di essere investita dalle porte degli inferi. Con queste parole di Gesù a Pietro, Matteo anima le comunità sofferte e perseguitate della Siria e della Palestina che vedevano in Pietro un leader su cui appoggiarsi per le sue origini. Malgrado il fatto di essere comunità deboli e perseguitate, avevano una base sicura, garantita dalla parola di Gesù. In quel tempo, le comunità avevano legami affettivi molto forti con le persone che avevano dato origine alla comunità. Così le comunità di Siria e Palestina coltivavano il loro legame con la persona di Pietro. Le comunità di Grecia con la persona di Paolo. Alcune comunità dell’Asia, con la persona del Discepolo Amato ed altre con la persona di Giovanni dell’Apocalisse. Un’identificazione con questi leaders della loro origine aiutava le comunità a coltivare al meglio la loro identità e spiritualità. Ma poteva anche essere motivo di disputa, come nel caso della comunità di Corinto (1 Cor 1,11-12).
Essere pietra quale base della fede evoca la parola di Dio al popolo in esilio in Babilonia: “Ascoltatemi voi che siete in cerca di giustizia, voi che cercate il Signore; guardate alla roccia da cui siete stati tagliati, alla cava da cui siete stati estratti. Guardate ad Abramo vostro padre, a Sara che vi ha partorito; poiché io chiamai lui solo, lo benedissi e lo moltiplicai” (Is 51,1-2). Applicata a Pietro, questa qualità di pietro-fondamento indica un nuovo inizio del popolo di Dio.
ii) Le chiavi del Regno: Pietro riceve le chiavi del Regno per legare e sciogliere, cioè, per riconciliare le persone tra di loro e con Dio. Ecco che qui di nuovo lo stesso potere di legare e sciogliere, viene dato non solo a Pietro, ma anche agli altri discepoli (Gv 20,23) ed alle proprie comunità (Mt 18,18). Uno dei punti in cui più insiste il Vangelo di Matteo è la riconciliazione ed il perdono (Mt 5,7.23-24.38-42.44-48; 6,14-15; 18,15-35). Negli anni 80 y 90, in Siria, a causa della fede in Gesù, c’erano molte tensioni nelle comunità e c’erano divisioni nelle famiglie. Alcuni lo accettavano come Messia ed altri no, e questo era motivo di molte tensioni e conflitti. Matteo insiste nella riconciliazione. La riconciliazione era e continua ad essere uno dei compiti più importanti dei coordinatori e delle coordinatrici delle comunità attuali. Imitando Pietro, loro devono legare e sciogliere, cioè, fare tutto il possibile perché ci sia riconciliazione, accettazione vicendevole, costruzione della vera fraternità “Settanta volte sette!” (Mt 18,22)
iii) La Chiesa: La parola Chiesa, in greco eklésia, appare 105 volte nel NT, quasi esclusivamente negli Atti degli Apostoli e nelle Lettere. Solo tre volte nei vangeli, e lì solo nel vangelo di Matteo. La parola significa letteralmente “convocata” o “scelta”. Indica il popolo che si riunisce convocato dalla Parola di Dio, e cerca di vivere il messaggio del Regno che Gesù viene a portarci. La Chiesa o la comunità non è il Regno, ma uno strumento o un’indicazione del Regno. Il regno è più grande. Nella Chiesa, nella comunità, deve o dovrebbe rendersi presente agli occhi di tutti ciò che succede quando un gruppo umano lascia regnare Dio e lascia che Dio sia ‘signore’ nella sua vita.
c) Approfondimento:
i) Un ritratto di San Pietro:
Pietro, che era pescatore di pesci, diventò pescatore di uomini (Mc 1,17). Era sposato (Mc 1,30). Era un uomo buono, assai umano. Era leader naturale tra i dodici primi discepoli di Gesù. Gesù rispetta questa leadership e fa di Pietro un animatore della sua prima comunità (Gv 21,17). Prima di entrare nella comunità di Gesù, Pietro si chiamava Simão Bar Jona (Mt 16,17), cioè Simone figlio di Giona. Gesù lo chiama Cefas o Pietra (Gv 1,42), che poi divenne Pietro (Lc 6,14).
Per la sua natura e per il suo carattere, Pietro poteva essere tutto, meno pietra. Era coraggioso nel parlare, ma nel momento del pericolo si lasciava prendere dalla paura e fuggiva. Per esempio, la volta in cui Gesù camminava sulle acque, Pietro chiese: “Gesù, lasci che anch’io cammini sulle acque?” Gesù disse: “Puoi venire, Pietro!” Pietro uscì dalla barca e camminò nelle acque. Ma appena vide un’onda alta, fu preso dal panico, perse la fiducia, iniziò ad affondare e gridò: “Salvami, Signore!” Gesù gli dette sicurezza e lo salvò (Mt 14,28-31). Nell’ultima Cena, Pietro disse a Gesù: “Non ti negherò mai, Signore!” (Mc 14,31), ma poche ore dopo, nel palazzo del Sommo Sacerdote, davanti ad una domestica, quando Gesù era già stato arrestato, Pietro negò con un giuramento che non aveva legami con Gesù (Mc 14,66-72). Quando Gesù si trovava nell’Orto degli Ulivi, Pietro tira fuori la spada (Gv 18,10), ma finisce con fuggire, lasciando Gesù solo. (Mc 14,50). Per sua natura, Pietro non era pietra!
Ma questo Pietro, così debole ed umano, così simile a noi, diventa pietra, perché Gesù prega per lui e dice: “Pietro, ho pregato per te, che non venga meno la tua fede, e tu una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli!” (Lc 22,31-32). Per questo Gesù poteva dire: “Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa” (Mt 16,18). Gesù lo aiuta ad essere pietra. Dopo la risurrezione, in Galilea, Gesù appare a Pietro e chiede due volte: “Pietro, mi ami tu?” E Pietro rispose due volte: “Signore, tu sai che ti amo!” (Gv 21,15.16) Quando Gesù rivolse la stessa domanda per la terza volta, Pietro si intristì. Forse ricordò l’aver negato Gesù per tre volte. Alla terza domanda, risponde: “Signore, tu sai tutto! Sai anche che ti amo molto!” Ed è allora quando Gesù gli affida la cura delle sue pecore, dicendo:“Pietro, pasci le mie pecore!” (Gv 21,17). Con l’aiuto di Gesù, la fermezza della pietra cresce in Pietro e si rivela nel giorno di Pentecoste.
Nel giorno di Pentecoste, dopo la discesa dello Spirito Santo, Pietro aprì la porta della sala dove erano tutti riuniti, chiusa a chiave per timore dei Giudei (Gv 20,19), prese coraggio e cominciò ad annunciare la Buona Notizia di Gesù alla gente (At 2,14-40). E non smise di farlo! Grazie a questo annuncio coraggioso della risurrezione, fu portato in carcere (At 4,3). Durante l’interrogatorio, gli venne proibito di annunciare la Buona Notizia (At 4,18), ma Pietro non obbedisce alla proibizione. Diceva: “Sappiamo che dobbiamo obbedire più a Dio che agli uomini!” (At 4,19; 5,29) Fu arrestato di nuovo (At 5,18.26). Torturato (At 5,40). Ma lui disse. “Grazie. Ma continueremo!” (cf At 5,42)
Racconta la tradizione che, verso la fine della sua vita, a Roma, Pietro fu arrestato e condannato a morte, ed alla morte in croce. Lui chiese di essere crocifisso a testa in giù. Pensava di non essere degno di morire come Gesù. Pietro fu fedele a se stesso fino alla fine!
ii) Completando il contesto: Matteo 16,21-23
Pietro aveva confessato: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente!” Lui immaginava un messia glorioso, e Gesù lo corregge: “E’ necessario che il Messia soffra e muoia a Gerusalemme”. Dicendo che “è necessario”, indica che la sofferenza era già stata prevista nelle profezie (Is 53,2-8). Se Pietro accetta Gesù come Messia e Figlio di Dio, deve accettarlo anche come il Messia servo che sarà messo a morte. Non solo il trionfo della gloria, ma anche il cammino della croce! Ma Pietro non accetta la correzione e cerca di dissuaderlo.
La risposta di Gesù è sorprendente: “Lungi da me, satana! Tu mi sei di inciampo, perché non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini!" Satana é colui che ci separa dal cammino che Dio ha tracciato per noi. Letteralmente, Gesù dice: “Vai dietro” (Vada retro!). Pietro voleva mettersi davanti ed indicare la direzione. Gesù dice: “Vai dietro di me!” Colui che indica la rotta e la direzione non è Pietro, bensì Gesù. Il discepolo deve seguire il maestro. Deve vivere in una continua conversione.
La parola di Gesù è anche un richiamo per tutti coloro che guidano le comunità. Loro devono “seguire” Gesù e non mettersi davanti a lui come voleva fare Pietro. Non solo loro possono indicare la direzione o la rotta. Altrimenti, come Pietro, non sono pietra di appoggio, bensì diventano pietra di intralcio. Così erano alcuni leaders di comunità all’epoca di Matteo, piene di ambiguità. Così avviene tra di noi fino ad oggi!

6. Salmo 121
Il Signore è il mio sostegno
Alzo gli occhi verso i monti:
da dove mi verrà l'aiuto?
Il mio aiuto viene dal Signore,
che ha fatto cielo e terra.
Non lascerà vacillare il tuo piede,
non si addormenterà il tuo custode.
Non si addormenterà, non prenderà sonno,
il custode d'Israele.
Il Signore è il tuo custode,
il Signore è come ombra che ti copre,
e sta alla tua destra.
Di giorno non ti colpirà il sole,
né la luna di notte.
Il Signore ti proteggerà da ogni male,
egli proteggerà la tua vita.
Il Signore veglierà su di te, quando esci e quando entri,
da ora e per sempre.

7. Orazione Finale
Signore Gesù, ti ringraziamo per la tua Parola che ci ha fatto vedere meglio la volontà del Padre. Fa che il tuo Spirito illumini le nostre azioni e ci comunichi la forza per eseguire quello che la Tua Parola ci ha fatto vedere. Fa che noi, come Maria, tua Madre, possiamo non solo ascoltare ma anche praticare la Parola. Tu che vivi e regni con il Padre nell’unità dello Spirito Santo, nei secoli dei secoli. Amen.