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domenica 8 marzo 2015

Cantalamessa: Oriente e Occidente sul mistero della Trinità. Due vie aperte


Padre Raniero Cantalamessa - REUTERS
Necessità, bellezza e gioia di condividere la comune fede tra Oriente cristiano e Occidente latino, pur nella diversità delle due tradizioni. Questo il filo conduttore della seconda predica di Quaresima svolta da Padre Raniero Cantalamessa, nella Cappella “Redemptoris Mater” in Vaticano, alla presenza del Papa. Al centro della meditazione, il Mistero della Trinità, da adorare insieme e da annunciare in modo comprensibile agli uomini di oggi.

Il servizio di Gabriella Ceraso:


Mettere insieme quello che ci unisce
L’esortazione del Papa a mettere in comune, nel cammino verso l’unità, le tante cose che uniscono Oriente cristiano e Occidente latino, che sono di più di quelle che li dividono, è lo spunto per questa seconda meditazione di Quaresima, nonché, spiega padre Raniero, l’orientamento emergente in ambito ecumenico. Un cambiamento di prospettiva che, aggiunge, alla fine fa apparire le differenze dottrinali reali, come compatibili se non di arricchimento, anzichè un “errore”. Tra i grandi misteri nei quali c’è accordo di fede, pur nella diversità delle tradizioni ortodossa e cattolica, è il mistero della Trinità, "Everest della fede” come lo definisce padre Raniero Cantalamessa:
“Entrambi, latini e greci, partono dall'unità di Dio sia il simbolo greco che quello latino comincia dicendo: ‘Credo in un solo Dio’. Soltanto che quest'unità per i latini è concepita ancora come impersonale o pre-personale; è l’essenza di Dio che si specifica poi in Padre, Figlio e Spirito santo, senza, naturalmente, essere pensata come preesistente alle persone. Nella teologia latina, il trattato ‘De Deo uno’, sul Dio uno, ha sempre preceduto il trattato ‘De Deo trino’, cioè sulla Trinità. Per i greci, invece, si tratta di un'unità già personalizzata, perché per essi ‘l'unità è il Padre, dal quale e verso il quale si contano le altre persone’.
Per Dio essere è amare
Entrambe vie legittime di accostarsi al mistero, anche se oggi si tende a preferire il modello greco in cui, aggiunge padre Raniero, “l’unità in Dio non è separabile dalla Trinità, ma forma un unico mistero e scaturisce da un unico atto”."Il Padre è il solo, anche nell’ambito della Trinità, assolutamente il solo, a non aver bisogno di essere amato per poter amare. Solo nel Padre si realizza la perfetta equazione: essere è amare; per le altre persone divine, essere è essere amato.” Ma se questo approccio, prosegue padre Raniero, fornisce lo schema giusto per parlare di Trinità, ad assicurarne “il contenuto di fondo, l’anima, che è l’amore” è l’apporto della teologia latina con S. Agostino, valorizzata nel tempo anche dagli orientali:
“S. Agostino fonda il suo discorso della Trinità sulla definizione 'Dio è amore', vedendo nello Spirito Santo l’amore mutuo tra il Padre e il Figlio, secondo la triade amante, amato, amore, che i suoi seguaci medievali espliciteranno e renderanno quasi canonica”.
Due vie da mantenere aperte
In modo differente e complementare, dunque, le due teologie concepiscono l’essere e le relazioni interne alla Trinità, interessandosi inoltre l’una all’immanenza di Dio uno e Trino, l’altra al suo manifestarsi nella storia della salvezza. Eppure, entrambe le vie sono necessarie, per la fede cristiana:
“La Chiesa ha bisogno di accogliere in pienezza l’approccio dell’ortodossia alla Trinità nella sua vita interna, cioè nella preghiera, nella contemplazione, nella liturgia, nella mistica. Ha bisogno di tener presente l’approccio latino nella sua missione evangelizzatrice ad extra”.
Trinità modello di amore perfetto
Cosa dire infatti al mondo non credente e secolarizzato, si chiede padre Raniero, se non innanzitutto che Dio esiste, che ci ha creati per amore, che è Padre buono e si è rivelato a noi in Gesù, secondo le parole di Agostino?:
“Se c’è qualcosa del linguaggio antico dei Padri, che l’esperienza dell’annuncio dimostra essere ancora capace di aiutare gli uomini d’oggi, se non a spiegare, almeno a farsi un’idea della Trinità, questo è proprio quello di Agostino che fa perno sull’amore. L’amore è, per se stesso, comunione e relazione; non esiste amore meno che tra due o più persone. Ogni amore è il movimento di un essere verso un altro essere, accompagnato dal desiderio di unione. Tra le creature umane, questa unione rimane sempre incompleta e transitoria, anche negli amori più ardenti; solo tra le persone divine l’unione si realizza in modo così totale da fare dei Tre, eternamente, un solo Dio".
La Chiesa deve trovare il modo di annunciare il mistero di Dio uno e trino con categorie appropriate e questo è un linguaggio che anche l’uomo d’oggi è in grado di capire:
“E’ ovvio se Dio è amore: non c’è amore che non sia amore di qualcosa o di qualcuno. Quindi se Dio è amore, deve avere qualcuno da amare. L’amore esige. Dove Dio è legge suprema o potere supremo non c’è bisogno di pluralità di persone, perché si può esercitare il potere da soli; ma dove Dio è concepito come amore, se non si capisce il Mistero della Trinità, però si è sulla linea di dire non può essere che così.
Nella fede della Chiesa
Da S.Agostino arriva anche l’ispirazione finale e l’invito di questa seconda meditazione di Quaresima:
“Quando si vuole attraversare un braccio di mare, dice, la cosa più importante non è starsene sulla riva e aguzzare la vista per vedere cosa c’è sulla sponda opposta, ma è salire sulla barca che porta a quella riva. Così per noi la cosa più importante non è speculare sulla Trinità, ma rimanere nella fede della Chiesa che è la barca che porta ad essa “.

da | radiovaticana.va

mercoledì 25 febbraio 2015

P. Bianchi: la "Lectio divina" ti regala lo sguardo di Dio


 
“Lasciarsi sorprendere da Dio”. È questo il tema portante della quarta giornata di Esercizi spirituali che Papa Francesco sta vivendo nella Casa “Divin Maestro” di Ariccia, assieme ai suoi collaboratori della Curia Romana. Il metodo adottato dal predicatore degli Esercizi, padre Bruno Secondin, è quello della “Lectio divina”.

Per comprendere meglio cosa significhi questa pratica, Alessandro De Carolis ne ha parlato con un esperto, il priore della comunità di Bose, padre Enzo Bianchi, tra i primi a rilanciare la “Lectio” negli anni Settanta del Novecento:


R. – La “Lectio divina” è innanzitutto un metodo di pregare la Parola contenuta nelle Sante Scritture. È un metodo che risale ai Padri della Chiesa, ma che ha avuto un’ora certamente straordinaria nel Medioevo con i monaci cistercensi e certosini, la “Sacra Pagina”. É stato allora che Guido il Certosino nella “Scala claustralium” ha proprio definito il metodo. È molto semplice. È un metodo in cui si prevedono quattro momenti. Innanzitutto, la lettura del testo della Scrittura e una comprensione del testo così come questo può essere letto, come dice. Un secondo momento è dato dalla meditazione: si tratta di cercare nel testo, eventualmente di pensare di aiutarci con dei commenti, oppure cercando dei brani paralleli all’interno della Scrittura. Il terzo elemento è l’orazione: lasciarsi ispirare dal brano letto per poter pregare. Se nel brano abbiamo trovato che Gesù perdona l’adultera, è una preghiera di richiesta di misericordia per i peccatori. Se Gesù ci dà il pane del suo corpo, è un preghiera affinché noi possiamo partecipare alla mensa eucaristica. Insomma, è proprio in quel caso lì che la Scrittura che detta le intenzioni della nostra preghiera. E l’ultimo momento, che può sembrare il più difficile – si chiama contemplazione – è nient’altro che cercare, dopo questa lettura, questa meditazione e questa preghiera, di vedere le realtà del mondo con gli occhi di Dio. La contemplazione è lo sguardo di Dio: è il sentimento di Cristo sulle cose ed è certamente il frutto dei primi tre momenti della “Lectio divina”.

D. – Dagli ultimi Papi, in particolare, è sempre venuto un invito, non solo ai sacerdoti ma anche ai laici, a vivere questa esperienza. Che cosa produce un’abitudine a praticare la “Lectio divina”?

R. – Quando ho proposto la “Lectio divina” all’inizio degli anni Settanta, sembrava una proposta stravagante. La “Lectio divina” non era più conosciuta e sono stato io a iniziare a quel metodo. Ma subito dopo Giovanni Paolo II, alla fine degli Anni ’90, poi Benedetto XVI e poi ancora Papa Francesco hanno raccomandato a tutti di adottarla, perché è la maniera con la Parola di Dio diventa nostro cibo. È la maniera con cui il Vangelo ci plasma, ci cambia, ci converte. Credo che se ciascuno, anche la persona più semplice, quella che lavora nel mondo, la fa per dieci minuti, un quarto d’ora al giorno, un tempo minimo, vede che la sua vita cambia giorno dopo giorno perché è plasmata dalla Parola. Solo se c’è questo ascolto assiduo, noi nutriamo la fede, diventiamo cristiani maturi, cristiani con la statura di Cristo, come dice Paolo, avendo in noi soprattutto i suoi stessi sentimenti.

D. – Se pensiamo all’indifferenza che oggi regna in tanti giovani rispetto alle cose dello Spirito, verrebbe quasi da dire che la “Lectio divina” sia una proposta per loro irricevibile. Qual è la sua esperienza in merito?

R. – Io devo dire la mia esperienza, e non un’esperienza recente: i giovani che vengono da noi a Bose, numerosi, sono migliaia durante l’anno. A loro non offriamo nient’altro che la “Lectio divina”. Certo, bisogna che la “Lectio divina” sia soprattutto il Vangelo reso eloquente, che tocchi la vita quotidiana dei giovani. Per cui, un ascolto della “Lectio divina” per i giovani è più facile oggi – dobbiamo dirlo, ahimè, purtroppo – di una Messa, di un Sacramento. Non dovrebbe essere così. Però oggi è così, perché una meditazione è un sentimento che tocca anche i non cristiani. Non dimentichiamo che molti, non trovandola nel cristianesimo, nella Chiesa, perché non gli viene offerta, fanno sovente questa svolta a Oriente, finendo in cose che sono estranee alla nostra cultura e che non danno certamente i frutti della Parola di Dio che è il Vangelo.

da | radiovaticana.va

lunedì 16 febbraio 2015

Francesco: copti uccisi perché cristiani, sangue che grida

Una donna cristiana copta in preghiera - AP


Uccisi solo perché cristiani: è quanto ha affermato il Papa durante un incontro in Vaticano con i rappresentanti della Chiesa Riformata di Scozia, riferendosi agli oltre 20 copti egiziani uccisi dai jihadisti del cosiddetto Stato Islamico. Ce ne parla Sergio Centofanti:

Papa Francesco, rispondendo al discorso del moderatore della Chiesa di Scozia, parla a braccio in spagnolo per esprimere il suo profondo dolore per l’esecuzione dei cristiani copti:
“Dicevano solamente: ‘Gesù aiutami’. Sono stati assassinati per il solo fatto di essere cristiani. Lei, fratello, nel suo discorso ha fatto riferimento a quello che succede nella terra di Gesù. Il sangue dei nostri fratelli cristiani è una testimonianza che grida. Siano cattolici, ortodossi, copti, luterani non importa: sono cristiani! E il sangue è lo stesso. Il sangue testimonia Cristo. Ricordando questi fratelli che sono morti per il solo fatto di testimoniare Cristo, chiedo di incoraggiarci l’uno con l’altro ad andare avanti con questo ecumenismo, che ci sta incoraggiando, l’ecumenismo del sangue. I martiri sono di tutti i cristiani”.
Nel suo discorso scritto, Papa Francesco afferma la necessità di condividere il “comune impegno al servizio del Vangelo e della causa dell’unità dei cristiani”. Il Papa ricorda come “allo sviluppo della ricca tradizione storica e culturale della Scozia hanno contribuito illustri e sante figure cristiane appartenenti a diverse confessioni”:
“L’attuale stato delle relazioni ecumeniche in Scozia testimonia quanto ciò che, come cristiani, abbiamo in comune sia più grande di ciò che può dividerci. Su questa base, il Signore ci chiama a ricercare modi ancora più efficaci per superare vecchi pregiudizi e per trovare nuove forme di intesa e di collaborazione”.
Il Papa si rallegra nel constatare che “i rapporti tra la Chiesa di Scozia e la Chiesa cattolica si sono sviluppati, al punto che le sfide poste dalla società contemporanea vengono affrontate attraverso una riflessione comune e, in molti casi – nota - siamo in grado di parlare con una sola voce su questioni che toccano da vicino la vita di tutti i fedeli”:
“Nel nostro mondo globalizzato e spesso disorientato una comune testimonianza cristiana è un requisito necessario per l’incisività dei nostri sforzi di evangelizzazione. Siamo pellegrini e peregriniamo insieme. Dobbiamo imparare ad «affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze, e guardare anzitutto a quello che cerchiamo: la pace nel volto dell’unico Dio» (Evangelii gaudium, 244)”.
“La fede e la testimonianza cristiana – ha proseguito Papa Francesco - si trovano di fronte a sfide tali, che soltanto unendo i nostri sforzi potremo rendere un efficace servizio alla famiglia umana e permettere alla luce di Cristo di raggiungere ogni angolo buio del nostro cuore e del nostro mondo. Possa il cammino di riconciliazione e di pace tra le nostre comunità – è il suo augurio - avvicinarci sempre di più gli uni agli altri, così che, mossi dallo Spirito Santo, possiamo portare a tutti la vita e portarla in abbondanza (cfr Gv 10,10)”:
“Preghiamo gli uni per gli altri e continuiamo a camminare insieme nella via della saggezza, della benevolenza, della fortezza e della pace”.

da | radiovaticana.va

venerdì 10 ottobre 2014

Società: la crisi economica coincide con la crisi della famiglia

Famiglia e società sono ben più saldamente intrecciate di quanto si possa pensare. Per Roberto Volpi, statistico, scrittore, esperto nel coniugare i dati della ricerca scientifica con i comportamenti sociali - autore del libro "La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? Il caso Italia", edito da Vita e Pensiero (Università Cattolica di MIlano) -  vale la pena riflettere sul fatto "se le società occidentali terranno, continuando lo scivolamento della famiglia verso forme di famiglia a sempre più bassa responsabilità di coppia ed individuale. E se i tassi di fecondità e di nascita rimarranno drammaticamente lontani dalla soglia di sostituzione delle generazioni". 
"La famiglia tradizionale, fondata sul matrimonio tra uomo e donna ed aperta ai figli, ha svolto un ruolo fondamentale nel risollevare l'Italia uscita dalla Seconda Guerra Mondiale. Poi la sua traettoria vitale ha perso consistenza, fino ad oggi, con la famiglia caratterizzata dalla perdita di prestigio che si misura in numeri di matrimoni e di figli mai così bassi nella storia italiana e occidentale". La "polverizzazione" della famiglia in forme sempre più "provvisorie" è "culturale" e trova la "sua origine nella transizione in atto in Occidente da una società i cui assetti economici e produttivi necessitavano di una forte famiglia di tipo tradizionale in una società che cerca invece nell'individuo la sua forma base", che rivendica i vantaggi e talvolta la superiorità della sua condizione. 

(Luca Collodi)

da | radiovaticana

giovedì 9 ottobre 2014

Beatificazione Paolo VI. Don Maffeis: suo grande merito istituzione Sinodo

A pochi giorni dalla Beatificazione di Paolo VI, domenica 19 ottobre, si moltiplicano le iniziative sulla figura e il Pontificato di Papa Montini. Proprio al futuro Beato sarà dedicata la Convocazione regionale della Lombardia di Rinnovamento nello Spirito Santo, che si terrà il 12 ottobre a Montichiari nel bresciano, terra natale di Papa Montini. All’evento, interviene anche don Angelo Maffeis, presidente dell’Istituto Paolo VI, che – intervistato da Alessandro Gisotti – si sofferma in particolare su Paolo VI, il Concilio Vaticano II e la particolare sintonia con Papa Francesco:

R. - Paolo VI ha ereditato il Concilio Vaticano II che il suo predecessore, Giovanni XXIII, aveva convocato. Credo che a distanza di 50 anni si percepisce in maniera particolarmente nitida la complementarietà di queste due personalità: Giovanni XXIII che ha avviato il Concilio e Paolo VI che lo ha portato a termine. Paolo VI ha guidato l’assemblea conciliare a redigere i documenti, ha cercato di creare le condizioni perché i padri si esprimessero con assoluta libertà, ma al tempo stesso arrivassero a concordare, a giungere ad un’unanimità - almeno morale - sui documenti che venivano redatti. Paolo VI ha interpretato questo Concilio come un esame di coscienza che doveva affinare la consapevolezza della Chiesa, della propria identità, della propria missione e rinnovare, di conseguenza, il modo di proporre il messaggio evangelico, le strutture e i modi di agire della Chiesa.
D. - A Montini è stato sempre riconosciuto di essere un uomo di grande intelligenza, di grande cultura. Invece è forse meno conosciuta la dimensione della sua spiritualità che certamente non è meno importante …
R. - Sì, perché credo che Montini appartenga a quella categoria di persone che non rivelano immediatamente la propria interiorità; c’è come pudore di manifestare quanto sta nell’intimo e nel cuore. Credo che questa dimensione di Montini sia apparsa soprattutto dopo la sua morte attraverso la pubblicazione di alcuni suoi scritti personali che anche l’Istituto Paolo VI di Brescia ha pubblicato in questi ultimi anni. Qui si coglie un Montini più personale, più intimo; e si coglie mi pare, anche con grande nitidezza, la radice spirituale che ha animato la sua azione pastorale, il suo sforzo di comprendere il tempo in cui ha vissuto e le scelte che ha compiuto.
D. - Come sappiamo Evangelii Nuntiandi di Paolo VI viene considerato da Papa Francesco il più importante documento di magistero sulla pastorale scritto finora. Quali altri elementi di contiguità, di particolare sintonia, ritrova tra Francesco e Paolo VI?
R. - Credo che sia felice questa coincidenza che vede la cerimonia di Beatificazione di Paolo VI coincidere con la conclusione dell’assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi. Il Sinodo dei vescovi è un’istituzione che Paolo VI ha voluto come continuazione di quella solidarietà, di quello scambio, di quel confronto all’interno del corpo episcopale che nel Vaticano II aveva trovato una sua espressione molto alta, ma che doveva poter trovare delle vie per esprimersi anche nella vita ordinaria della Chiesa. Nella linea della riflessione sulla missione della Chiesa che Paolo VI ha sviluppato, un elemento di continuità che Papa Francesco ricorda con questo Pontificato è certamente rappresentato dall’esortazione Evangelii Nuntiandi, che mi pare unisce questa consapevolezza del grande tesoro che la Chiesa ha ricevuto - e che deve proclamare con assoluta fedeltà - al dono che le è stato concesso, ma al tempo stesso questa sensibilità per la situazione contemporanea, per la cultura, per la realtà sociale in cui la Chiesa si trova a compiere la sua missione.

 da | Radio Vaticana