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sabato 28 febbraio 2015

Patriarca Younan: genocidio di cristiani in Siria, traditi da Paesi democratici


 

Sono più di 350 i cristiani rapiti nel Nord Est della Siria dai miliziani del cosiddetto Stato Islamico e alcuni di loro sono stati già uccisi. Almeno 3mila i cristiani in fuga dai villaggi attaccati. Molti di loro sono siro-cattolici.

Ascoltiamo il patriarca della Chiesa siro-cattolica Ignace Youssif III Younan, al microfono di Sergio Centofanti:


R. – E’ una situazione drammatica! Fra i cristiani, i civili, le centinaia di persone che sono state rapite, una ventina sono stati sicuramente già uccisi.
D. – C’è già chi parla di un genocidio di cristiani in Siria…
R. – Sicuramente è un genocidio! Chiediamo ai nostri fratelli e sorelle dell’Europa, specialmente ai cattolici, ai veri cattolici, di pensare ai loro fratelli e sorelle del Medio Oriente che stanno sopportando queste persecuzioni.
D. – Che appello lancia alla Comunità internazionale?
R. – Lanciamo un appello alla giustizia. La Comunità internazionale - le Nazioni Unite, gli Stati Uniti, l’Unione Europea – purtroppo ci ha veramente tradito! Stanno solamente cercando i loro interessi economici nel petrolio. Sono alleati con sistemi di governo che sono fra i più integralisti del mondo, dove non ci sono libertà né religiose né civili e dove la donna non ha quasi nessun diritto. Ebbene, stanno dimenticando i loro principi di vera democrazia.
D. – Come fermare i jihadisti?
R. – Prima di tutto cessando di armare le cosiddette opposizioni moderate: non ci sono opposizioni moderate nel Medio Oriente! Finché noi non abbiamo una chiara separazione tra religione e politica, non avremo mai una vera, democratica e moderata opposizione. Tutto questo è solo una illusione!
D. – Il Papa sta continuando a pregare per i cristiani perseguitati in Siria e in Iraq…
R. - Esatto! Noi siamo molto, molto grati per a Sua Santità. Sin dall’inizio del suo Pontificato si è confrontato con questi drammi del Medio Oriente, dove ci sono persecuzioni, dove ci sono uccisioni e deportazioni. Abbiamo fiducia che il Santo Padre continuerà a difendere la causa dei deboli, di coloro che sono ignorati da quei Paesi che vedono solo il petrolio come ciò che salverà la loro economia. Questi popoli dell’Unione Europea, così come quelli dell’America Settentrionale, devono pensare che ci sono principi e valori su cui i loro stessi Paesi sono stati fondati e non devono tradire questi principi e questi valori. Noi sappiamo che il Santo Padre proclama ovunque che l’uomo non vive soltanto di pane, ma di ogni parola pronunciata dalla bocca del Signore e questo vuol dire parola di pace e di verità.

da | radiovaticana.va

giovedì 26 febbraio 2015

Il Papa prega per i cristiani in Siria. Zenari: si sentono abbandonati



Papa Francesco, ad Ariccia per gli esercizi spirituali, sta seguendo con preoccupazione la situazione in Siria, da dove continuano a giungere notizie drammatiche per la popolazione civile e in particolare per la piccola minoranza cristiana. L’avanzata dei jihadisti del cosiddetto Stato islamico nel Nord-Est della Siria ha fatto terra bruciata di numerosi villaggi abitati in prevalenza da cristiani: sono saliti a circa 250 i cristiani, tra cui anche donne e bambini, catturati dai miliziani integralisti.

Ascoltiamo il nunzio apostolico a Damasco, Mario Zenari, al microfono di Sergio Centofanti:


R. – E’ chiaro che il Papa vive continuamente pensando a noi, pensando alla situazione dei cristiani e pensando alla situazione di tutta questa gente che soffre. E’ continuamente informato e la sua preghiera è sempre in sintonia con la sofferenza di questa gente e dei cristiani in particolare.

D. – In questa situazione cresce la paura tra i cristiani?

R. – Naturalmente questi fatti causano paura, soprattutto nei gruppi minoritari che sono i più esposti, che sono sempre stati l’anello più debole della catena e questi fatti non aiutano per niente la fiducia nel futuro. Già da tempo la comunità cristiana vive in questa situazione di tensione e si può ben capire. Però direi che, al di là dei cristiani, tutta la gente ha paura di questi avvenimenti, soprattutto di quelli che accadano in queste zone sotto il controllo di questi jihadisti. Non solo i cristiani, ma tutta la gente teme, ha paura e se può scappa.

D.  – I cristiani si sentono abbandonati dalla Comunità internazionale?

R. – Questa è un po’ la percezione che vedo qui nella gente in genere e nei cristiani in particolare. Non vedono purtroppo risultati tangibili. E un po’ si può capire questa lamentela.

D. – Cosa si può fare per fermare l’avanzata dei jihadisti?

R. – Direi che qui la Comunità internazionale sta già cercando di attuare alcune linee. Occorrerà ancora continuare su questa strada, con l’unità degli sforzi e delle misure della Comunità internazionale. Già alcune misure sono state adottate, come quella di tagliare i rifornimenti che arrivano a questa gente, i conti bancari, il petrolio; o quella di fermare coloro che sono stati presi nel giro di questa ideologia e che magari dall’Europa si recano in queste zone. Quindi varie misure. Bisogna cercare di fermare questa situazione.

D. – La situazione umanitaria è catastrofica…

R. – Quella che descrive ormai da tempo la Comunità internazionale e le Nazioni Unite: è una delle catastrofi umanitarie più gravi dopo la Seconda Guerra Mondiale. E questo è sotto gli occhi di tutti! Bisogna fermare e risolvere la situazione del conflitto civile, ma allo stesso tempo anche fermare l’avanzata di questo califfato.

D. – In Siria ormai ci sono due fronti di guerra…

R. – Ci sono due fronti e uno è più grave dell’altro.  C’è il fronte della guerra civile, che dura ormai da quattro anni e fra tre settimane entreremo nel quinto anno di guerra civile: questa ha causato più di 200 mila morti, più di un milione di feriti, più di 7 milioni di sfollati interni e 4 milioni di rifugiati. Non bisogna neanche dimenticare i danni e i morti che avvengono ogni giorno, gli sfollati e i rifugiati che causa ogni giorno la guerra civile. In più ci sono questi fatti così atroci e terribili nelle zone sotto il controllo del califfato. Non bisogna dimenticare i due fronti che, purtroppo, sono uno peggio dell’altro!

da | radiovaticana.va

giovedì 9 ottobre 2014

Libano. Il nunzio a Beirut: situazione profughi insostenibile

Cresce la tensione in Libano: il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, ha espresso profonda preoccupazione per le infiltrazioni in territorio libanese compiute dai miliziani del Fronte al-Nusra, affiliato ad al-Qaeda, e dai jihadisti del sedicente Stato Islamico. Ban teme anche per il fatto che i partiti libanesi non siano ancora riusciti a eleggere un nuovo presidente, sottolineando che il vuoto politico ''aumenta la fragilità del Paese''. Il mandato del presidente libanese Michel Suleiman è scaduto il 25 maggio. Intanto si fa sempre più difficile la situazione dei tanti profughi presenti in Libano. Sulla situazione, Tracey McClure ha intervistato il nunzio a Beirut,mons. Gabriele Giordano Caccia:
R. – Il Libano risente dall’inizio della cosiddetta situazione di instabilità in Siria, della guerra, di un afflusso enorme di persone che lasciano la Siria e si rifugiano in Libano. Ufficialmente, registrati presso le Nazioni Unite, ci sono ormai un milione e 300 mila persone. Si può presumere che non tutti siano registrati e certamente gli sviluppi sul terreno in Iraq e in Siria fanno presagire che questo numero potrebbe ancora aumentare. Naturalmente, questo ha ripercussioni enormi e quasi insostenibili in un piccolo Paese di 10.500 chilometri quadrati, con una popolazione di circa quattro milioni di abitanti: questo significa quasi un quarto della popolazione – anzi di più! – con problemi di alloggio, con problemi di lavoro, con problemi che riguardano la salute, con problemi per i ragazzi della scuola, e anche con problemi di sicurezza, perché tra le tante persone che arrivano – diseredate, povere, in cerca di un po’ di pace – si possono infiltrare facilmente anche persone che hanno altri scopi. Per di più, nell’ultimo mese, alla frontiera abbiamo visto anche azioni di aggressione all’esercito libanese e attualmente ancora ci sono soldati libanesi ostaggio di questi gruppi. Quindi, la situazione è certamente segnata da una instabilità e la presenza dei rifugiati e la necessità di andare loro incontro da un punto di vista umanitario non può essere lasciata alle sole forze del Libano: occorre un sostegno internazionale.
D. – Abbiamo visto una coalizione internazionale intervenire in Siria e in Iraq …
R. – Quello che ha suscitato lo stupore e la meraviglia, ma anche la rabbia, sono stati gli atti disumani e le barbarie commesse in Iraq. Questo ha ricordato alla comunità internazionale la necessità di fermare un aggressore. Ora, la Santa Sede ribadisce che c’è una comunità che ha questa responsabilità e ci sono dei meccanismi previsti anche dalle Nazioni Unite. Si auspica che la buona volontà manifestata da molti, di disarmare e di fermare queste entità terroristiche ed extra-statali o sopra-statali, possa trovare un consenso attraverso i meccanismi già previsti dalle Nazioni Unite, in modo che sia una risposta globale, umanitaria e che non significhi, invece, un’ulteriore scissione, un’ulteriore divisione all’interno di interessi e di campi politici.
D. – Sembra tanto tempo fa, il viaggio di Benedetto XVI in Libano, quando portò l’Esortazione Apostolica per la conclusione del Sinodo per il Medio Oriente. Quanto è cambiato in Libano, da quel momento?
R. – Direi che molte cose sono cambiate, e per il peggio, nella regione, però il Libano alla fine rimane ancora l’unico esempio per uscire da questa situazione caotica. In realtà, che cosa si domanda in Iraq? Si domanda che ci sia un governo capace di coinvolgere tutte le realtà e le comunità presenti sul territorio. Che cosa si domanda in Siria? La stessa cosa: che ci sia una compartecipazione nella gestione, nell’amministrazione dello Stato e del potere da parte di tutte le componenti, non una che prevalga sull’altra. Ora, in Libano questo avviene e in questo senso il Libano rimane un messaggio e anche un punto di ispirazione, perché in fondo tutti stanno cercando una soluzione che vada in questa direzione. Per cui, io direi che il Libano – benché piccolo – ha una sua funzione profetica e anche, in un certo senso, dà la speranza che questo desiderato accordo e questa vita insieme non solo saranno possibili, in futuro, ma già sono di fatto possibili ed esistono, una realtà del Medio Oriente che è – appunto – il Libano.