martedì 3 marzo 2015

«Anche tra le pentole»: il lavoro in una comunità teresiana


 
 
pentolameAnche per una comunità teresiana, il lavoro è OBBEDIENZA a Dio, signore del tempo, che offre all'uomo peccatore la possibilità di guadagnarsi il pane col sudore della fronte, ma è pure occasione in cui si mettono a frutto i talenti che il Signore ha consegnato a ciascuna sorella, affinché siano utilizzati con sapiente umiltà e creatività per il bene comune.
Una comunità teresiana vive il lavoro come SERVIZIO, nella gioiosa e generosa disponibilità reciproca, che fa crescere la carità e l'unità nella comunità, ed insieme è aiuto ai fratelli e ai poveri
che, sempre più numerosi, bussano alla nostra porta.
Per noi, che non abbiamo sicurezze economiche di nessun tipo, il lavoro è anche mezzo con cui la Provvidenza viene incontro alle nostre quotidiane necessità.
Soprattutto, per una carmelitana scalza, il lavoro è luogo di INCONTRO con Dio.
La monaca svolge normalmente il proprio lavoro in solitudine silenziosa, così che lo starsene "cuore a cuore" con Gesù nell'orazione possa continuare durante ogni attività della giornata.
Per S. Teresa, Gesù lo si può trovare, oltre che in coro nella preghiera, anche in cucina "tra le pentole", cioè in ogni lavoro in cui il cuore Lo cerca, Lo ascolta, Lo serve, Lo ama.
La Santa Madre esige che il lavoro della monaca sia atto a lasciare libera la mente di pensare a Dio e al cuore di starsene in Sua compagnia.
Proprio per questo è, per la carmelitana, quotidiana occasione di pace gioiosa e serena, anche quando l'urgenza viene messa alla prova dall'interruzione scandita dall'orario monastico.
Non si vive per lavorare, si lavora per imparare a VIVERE, come si impara a vivere mentre si soffre, si gioisce, si prega, si serve e si ama.
La FEDE è l'anima e la forza che dà senso e vigore ad ogni attimo della vita che il buon Dio ci regala e ci chiede.

da | carmeloveneto.it

Che cos'è la morte mistica?

E' vero che si manifesta durante un’estasi della Passione cristiana?

Àncora Editrice
 morte mistica santa Teresa D'Avila stigmatizzati


Il significato dell’espressione «morte mistica» è duplice: in primo luogo si vuole indicare un’esperienza spirituale di morte al mondo e al peccato, intesa come partecipazione analogica alla kenosi del Cristo. Questa accezione deriva dal pensiero di san Paolo attualizzato e realizzato nella vita di molti santi cristiani fra cui sant’Ambrogio di Milano che, per primo, usò l’espressione mors mystica, e di san Paolo della Croce che teorizzò l’esperienza nel suo piccolo trattato La morte mistica (1).

In secondo luogo, per morte mistica s’intende una sindrome che si manifesta durante un’estasi della Passione cristiana in cui il mistico partecipa al martirio di Gesù, che ovviamente comprende anche la sua morte di croce. Normalmente in questo secondo significato la morte mistica è, per alcuni, sinonimo di morte apparente perché l’estatico, dopo aver manifestato veri segni agonici e/o mortali (rigidità e freddezza del corpo), riprende, in tempi variabili, la sua vita normale.

Nell’Antico Testamento il profetismo annuncia che gli uomini di Dio, per compiere al meglio la propria opera, devono sperimentare il rinnegamento di sé. Tra i cristiani che hanno fatto esperienza di questa condizione ricordiamo san Paolo della Croce, la cui teologia contribuisce molto a far comprendere tale fenomeno, e la beata Maria di Gesù d’Ágreda, che dimostra di conoscere tre livelli di «morte»: si tratta di un progressivo morire al peccato, alle conseguenze del peccato originale e, infine, alla propria volontà. Gesù dice: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per me la salverà» (Lc 9,23-24).

Lungo i secoli molti sono stati i cristiani che hanno presentato i segni di questa «morte» perché non pochi soggetti spirituali hanno manifestato fenomeni straordinari tipici dell’«essere crocifissi con Cristo» (Gal 2,20). Se si passa in rassegna la tradizione mistica si può dire che non c’è stato mistico autentico, soprattutto se stimmatizzato, che non abbia manifestato segni soggettivi e obiettivi di morte come espressione del suo compatire cristologico. Fra i casi più interessanti dal punto di vista medico potremmo citare santa Teresa d’Avila, che rischiò di essere sepolta viva essendo rimasta «come morta» per ben quattro giorni; Alexandrina M. da Costa, la quale rimase in morte apparente per due anni e in digiuno e anuria completa per tredici anni; e Yvonne-Aimée de Malestroit, che innumerevoli volte si è presentata ai testimoni in stato agonico e con il rigor mortis. Anche Elena Aiello, durante le sue molte estasi cruente del Venerdì santo, presentò spesso adinamie totali con midriasi fissa (dilatazione bilaterale della pupilla non reagente alla luce come nei decessi ormai consumati), che preoccupavano molto gli astanti e i medici presenti facendo temere per la sua vita.

Grande fama di morte mistica con rigidità cadaverica ha la serva di Dio pugliese Luisa Piccarreta in cui le posture mortali del Crocifisso si alternarono con altri clamorosi fenomeni mistici per l’intera durata della sua lunga vita, passata quasi tutta immobilizzata a letto (cinquantanove anni) e in una inedia praticamente assoluta (quel poco che le veniva imposto di mangiare veniva vomitato subito dopo). Paradossalmente le rigidità che la martirizzarono in vita (era liberata solo dalla benedizione del sacerdote), scomparvero dopo la sua morte, tanto che per quattro giorni si pensò a una morte apparente.

Dal punto di vista strettamente medico è difficile parlare di una vera e propria morte così come la s’intende normalmente, e cioè uno stato di cessazione di ogni segno vitale e di ogni attività metabolica (arresto cardiorespiratorio definitivo e cessazione di attività cerebrale obiettivata con EEG eseguito a intervalli per un congruo periodo di osservazione). Sta di fatto, però, che, sulla base delle testimonianze in nostro possesso, sembra evidente che alcuni mistici abbiano presentato caratteri reali di morte fisica, soprattutto nel periodo della Settimana santa, usualmente il Venerdì, e fra mezzogiorno e le tre del pomeriggio.

Anche se manca in letteratura uno studio medico vero e proprio che dimostri per mezzo degli usuali mezzi di indagine clinica (ECG ed EEG) lo stato di morte o di morte apparente, che questi soggetti fanno sospettare per alcuni segni da loro manifestati, si può, comunque, dire che la fenomenologia descritta da testimoni anche molto qualificati (medici, sacerdoti) è sufficiente per affermare che la morte mistica rappresenta per le scienze mediche un vero problema non risolto.

È, infatti, difficile poter affermare, anche al giorno d’oggi, che fatti tanatologici e fisiopatologici – quali la midriasi fissa in assenza di patologie neurologiche, la rigidità cadaverica in vita, sempre in assenza di malattie neuromuscolari, l’insensibilità somatica e corneale, il digiuno e l’anuria pluriennale (entrambi incompatibili con la vita) e, al contrario, la paradossale mancanza di rigidità in morte – possano avere una spiegazione naturale convincente.

Si può anche aggiungere che la morte mistica, anche se presenta alcune analogie con le cosiddette near death experiences (NDE), attualmente molto citate nella letteratura aneddotica divulgativa, se ne differenzia per diversi aspetti. La differenza fenomenologica principale consiste nel fatto che i mistici provano tali esperienze in estasi, stato di coscienza spontaneo e polarizzato su contenuti di alta valenza morale e religiosa, mentre le NDE sono sempre provocate da gravi traumi, malattie quasi mortali, stati anestesiologici, evenienze tutte in cui al risveglio dal coma e/o dall’anestesia, il paziente racconta le sue cosiddette OBE (out body experience, esperienza extracorporea) esperienze dal contenuto più vario (fantastico, misticheggiante, esoterico). Mancano poi nelle NDE tutte quelle fenomenologie fisiche che si accompagnano all’estasi cristiana come stimmate, ematoidrosi eccetera, e soprattutto non vi è traccia di quell’alta spiritualità di oblazione e compassione tipica di ogni autentico mistico cristiano. In ambito religioso si parla di passaggio dalla morte alla rinascita mistica.

P.M. Marianeschi

--------
1) Paolo della Croce, La morte mistica, Bilbao 1916.

[Tratto da Luigi Borriello e Raffaele Di Muro, "Dizionario dei fenomeni mistici cristiani", Ancora Editrice]

da | Aleteia

Francesco a Chiese Nord Africa: "Grazie per il vostro coraggio"

 
Un gruppo di fedeli nordafricani - AP
Grazie alla Chiesa in Libia e a tutte le comunità ecclesiali del Nord Africa per il coraggio e la presenza di pace in un’area dove le istanze di maggiore libertà e dignità si stanno affermando anche con “esplosioni di violenza”. È uno dei pensieri espressi da Papa Francesco nel ricevere per la loro vista “ad Limina” i vescovi della Cerna, l’organismo episcopale nordafricano che raggruppa i presuli di Marocco, Algeria, Tunisia e Libia.

Il servizio di Alessandro De Carolis:


“Voi siete una periferia” del mondo e voi siete il volto e il cuore con cui Dio arriva alla gente di questa periferia. È paterno il Papa guardando attorno a sé gente che ha rischiato e rischia la vita per difendere il piccolo gregge della Chiesa in zone dove il suono delle campane si mischia alle detonazioni dell’artiglieria.

Il coraggio dei libici
 
Anche il Nord Africa da anni è diventato terra di conquista di “una maggiore libertà di coscienza”, di “dignità” e, insieme, campo di battaglia di chi i cambiamenti li impone brandendo le armi. Per questo, uno dei primi apprezzamenti ai vescovi nordafricani – tra i molti che ne riserverà – è indirizzato alla Chiesa libica per “il coraggio, la lealtà e la perseveranza”, dice, mostrata da clero, consacrati e laici rimasti al loro posto “malgrado i molti pericoli”. Loro, afferma Francesco, “sono testimoni autentici del Vangelo. Li ringrazio molto e incoraggio voi a proseguire i vostri sforzi per contribuire alla pace e alla riconciliazione per tutta la regione”.

Accettare per unire
 
Francesco insiste a lungo sulla necessità del dialogo interreligioso per costruire laddove in tanti distruggono. “La fantasia della carità – afferma – è in grado di aprire innumerevoli strade per portare il respiro del Vangelo nelle culture e nei più diversi contesti sociali”. “L'antidoto più efficace contro ogni forma di violenza – osserva – è l'educazione alla scoperta e all'accettazione delle differenze come ricchezza e fecondità”. Dunque, indica ai presuli, “essenziale” è che “nelle vostre diocesi, sacerdoti religiosi e laici siano formati al dialogo ecumenico e interreligioso. E qui, il Papa approfitta per congratularsi per i 50 anni del Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamici (Pisai), peraltro fondato a Tunisi, ricordando pure il lavoro svolto sul campo dall’Istituto Ecumenico “Al Mowafaqa”, con sede invece in Marocco.  

La carità mostra Dio
 
E l’altra arma infallibile della “Chiesa dell'incontro e del dialogo” è la carità concreta verso chiunque “senza distinzione”. Francesco ringrazia i vescovi nordafricani perché, osserva, “spesso con umili mezzi mostrate l'amore di Cristo e della Chiesa verso i poveri, i malati, gli anziani, le donne in stato di bisogno o i detenuti”, compresi “i molti immigrati africani che cercano nel vostro Paese un luogo di transito o di destinazione”. Anche nel “riconoscere la loro dignità umana – ribadisce – e nel lavorare al risveglio delle coscienze di fronte a un così grande dramma umano, si mostra l'amore che Dio ha per ciascuno di loro”. E un saluto, Francesco lo rivolge anche agli studenti dell'Africa sub-sahariana.

Guardate ai Santi
 
Non mancano indicazioni di tipo più prettamente pastorale, come l’immancabile richiesta di attenzione alla “formazione permanente” del clero e la gioia per il contributo offerto da religiose e religiosi, specie nell’Anno della Vita Consacrata: fate “risplendere”, chiede loro, “la bellezza e la santità” della vostra vocazione. Modelli cui ispirarsi non mancano certo, sottolinea il Papa, ricordando i grandi Cipriano e Agostino, passando per il Beato Charles de Foucauld, del quale nel 2016 ricorrerà il centenario della morte, e arrivando fino ai giorni nostri alla testimonianza di “quei religiosi che – sostiene – hanno dato tutto a Dio e ai fratelli con il sacrificio della vita”. Francesco conclude notando con piacere come negli ultimi anni molti santuari cristiani siano stati restaurati in Algeria. Accogliendo “tutti” con “benevolenza e senza proselitismo, le vostre comunità dimostrano di voler essere una Chiesa con le porte aperte, e sempre ‘in uscita’”.

da | radiovaticana

Commento su Mt 23,8-11 - Come vivere questa Parola?



Commento su Mt 23,8-11

Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate "padre" nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare "guide", perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo.

Mt 23,8-11


Come vivere questa Parola?

Il vangelo di oggi ci aiuta a mettere in evidenza una modalità un po' particolare che abbiamo di declinare le nostre relazioni: sentirsi maestri e guide di altri o chiamare padre un'altra persona, per riconoscergli un'importanza originale per la nostra vita. Modalità molto comuni che non sembrano davvero sbagliate. Cosa le rende in qualche modo pericolose, da evitare? La provocazione del vangelo non sta tanto nel mettere all'indice le relazioni di aiuto, quanto nello snidare la tentazione di possedere le persone, esercitando un potere seduttivo su di loro. Ci posso essere nei gruppi, in una comunità, persone di riferimento, "adulti" in grado di accompagnare la maturazione di chi è più "piccolo". Spessissimo le relazioni sono asimmetriche. Ma questo sbilanciamento non deve lasciare lo spazio al predominio, piuttosto al servizio. Gesù si fa testimone di questo: autorevole, carismatico, potremmo dire molto seduttivo, disegna la sua posizione nella relazione, inginocchiandosi. La lavanda dei piedi la sigilla simbolicamente.


Signore, sii tu sempre la nostra guida e quando ci affidano l'accompagnamento di altri, fa' che umilmente affidiamo a te la nostra presenza accanto a queste persone. Perché sia servizio, sempre. Per non smetter di sentirci bambini, capaci di affidamento totale a te, consapevoli dei propri limiti.


La voce di uno studioso

"Se c'è qualcosa che vorremmo cambiare in un bambino, dovremmo prima esaminarla e vedere se non è qualcosa che faremmo meglio a cambiare in noi stessi."

Carl Gustav Jung


da |  Casa di Preghiera San Biagio FMA

Lectio: Martedì, 3 Marzo, 2015

Tempo di Quaresima

1) Preghiera

Custodisci, o Padre, la tua Chiesa
con la tua continua benevolenza,
e poiché, a causa della debolezza umana,
non può sostenersi senza di te,
il tuo aiuto la liberi sempre da ogni pericolo
e la guidi alla salvezza eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

2) Lettura

Dal Vangelo secondo Matteo 23,1-12
In quel tempo, Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno.
Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filatteri e allungano le frange; amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘‘rabbì’’ dalla gente.
Ma voi non fatevi chiamare ‘‘rabbì’’, perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate nessuno ‘‘padre’’ sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. E non fatevi chiamare ‘‘maestri’’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo.
Il più grande tra voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.

3) Riflessione

• Il vangelo di oggi ci riporta una critica di Gesù contro gli scribi ed i farisei del suo tempo. All’inizio dell’attività missionaria di Gesù, i dottori di Gerusalemme erano andati fino in Galilea per osservarlo (Mc 3,22; 7,1). Disturbati dalla predicazione di Gesù, avevano appoggiato la calunnia secondo cui era un indemoniato (Mc 3,22). Per tre anni crebbe la popolarità di Gesù. E al contempo crebbe il conflitto tra lui e le autorità religiose. La radice di questo conflitto stava nel modo in cui si ponevano dinanzi a Dio. I farisei cercavano la loro sicurezza non tanto nell’amore di Dio verso di loro, bensì nell’osservanza rigorosa della Legge. Dinanzi a questa mentalità, Gesù insiste nella pratica dell’amore che relativizza l’osservanza della legge e gli dà il vero significato.
• Matteo 23,1-3: La radice della critica: “Loro dicono, ma non fanno”. Gesù riconosce l’autorità degli scribi e dei farisei. Loro occupano la cattedra di Mosè ed insegnano la legge di Dio, ma loro stessi non osservano ciò che insegnano. Ecco quindi l’avvertimento per la gente: “Fate ed osservate quanto vi dicono. Ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno!” E’ una critica terribile! Immediatamente, come in uno specchio, Gesù mostra alcuni aspetti dell’incoerenza delle autorità religiose.
• Matteo 23,4-7: Guardare nello specchio per fare una revisione di vita. Gesù richiama l’attenzione dei discepoli sul comportamento incoerente di alcuni dottori della legge. Nel meditare su queste incoerenze, conviene pensare non ai farisei e negli scribi di quel tempo ormai passato, bensì a noi stessi e alle nostre incoerenze: legano pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non li muovono; fanno le loro opere per essere ammirati; amano posti d’onore ed anche sentirsi chiamare dottori. Agli scribi piaceva entrare nelle case delle vedove e recitare lunghe preghiere per ricevere denaro in cambio! (Mc 12,40)
• Matteo 23,8-10: Voi tutti siete fratelli. Gesù ordina di avere l’atteggiamento contrario. Invece di usare la religione e la comunità quali mezzi di auto-promozione per sembrare più importanti davanti agli altri, lui chiede di non usare il titolo di Maestro, Padre e Guida, perché uno solo è la Guida, Cristo; solo Dio nel cielo è Padre, e Gesù è Maestro. Tutti voi siete fratelli. E’ questa la base della fraternità che nasce dalla certezza che Dio è nostro Padre.
• Matteo 23,11-12: Il riassunto finale: il maggiore è il minore. Questa frase è ciò che caratterizza sia l’insegnamento che il comportamento di Gesù: “Il più grande tra di voi sia vostro servo; chi invece si innalzerà, sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato” (cf. Mc 10,43; Lc 14,11; 18,14).

4) Per un confronto personale

• In cosa critica Gesù i dottori della legge ed in cosa li elogia? Cosa critica in me e cosa elogerebbe in me?
• Hai già guardato nello specchio?

5) Preghiera finale

Chi offre il sacrificio di lode, questi mi onora,
a chi cammina per la retta via
mostrerò la salvezza di Dio. (Sal 49)

da O.Carm

lunedì 2 marzo 2015

Anna Maria e il corpo ritrovato in carrozzina

BY CHIARA BERTOGLIO



SECONDA SETTIMANA. IL TEMA:

Il corpo oggetto, strumento, manipolato, impiantato. Voglio che il mio corpo sia come io lo voglio. Ma la resistenza del corpo è la parola di Dio per me

——————–

Non è certo l’avventura l’aspetto più importante, e probabilmente neanche il più appariscente, di ciò che Anna Maria Rastello ha vissuto per quasi due mesi. Eppure qualcosa dell’Indiana Jones c’è, in questa mamma di quarantotto anni che ha addentato un percorso a piedi di più di millecinquecento chilometri. La distanza che separa Lourdes da un cavalcavia della A26.

Sulla meta del pellegrinaggio non è necessario spendere molte parole. Eppure l’anonimo viadotto autostradale che ne è il punto di partenza ideale contiene in sé non solo l’origine, ma anche il significato di tutto il cammino. Da quel viadotto, nella notte fra il 12 ed il 13 aprile del 1997, precipitò Marcella, otto anni, la terza figlia di Anna Maria. La mamma prega. «Se riuscirò ad abbracciare Marcella ancora una volta, vado a Lourdes». La bambina non si trova. I minuti sgocciolano uno dopo l’altro, eterni. «Andrò a Lourdes a piedi». La risposta giunge immediata. Hanno trovato la bambina, è viva.

È viva, ma la vita non sarà più la stessa. Per un mese, Marcella rimane in coma. Poi si risveglia, ma d’ora in poi la vita sua e quella della sua famiglia dovranno fare i conti con la disabilità, una tetraparesi spastica. Eppure, con garbo squisito e con dolcezza, Anna Maria mi corregge delicatamente: l’incidente, dice, «è stato uno dei tanti cambiamenti della nostra vita, non il più grande. È stato grande per quanto riguarda la nostra presa di coscienza, il nostro incontro con la disabilità. Ha insegnato alla nostra famiglia una cultura che si è dimostrata vincente: quella dell’accettazione». Anna Maria ci tiene però a puntualizzare che non si tratta di un’accettazione passiva, rassegnata, bensì attiva: «Opporci a ciò che ci capita è impossibile, mentre si può viverlo nel miglior modo possibile se lo si accetta nella sua interezza».

Eppure, quello che per altre persone (spesso fra coloro che non l’hanno provato) sarebbe una sventura di immense proporzioni, Anna Maria riesce a definirlo una fortuna. Si autodefinisce, infatti, «Una mamma che ha avuto la fortuna di conoscere il mondo della disabilità, e che ha pensato di ragionare sul mondo della disabilità camminando».

Un cammino interiore ed una missione, oltre che un percorso fisico. Interiore, perché, come raccontava Anna Maria in un’altra intervista, «solo Gesù Cristo spiega l’uomo all’uomo. La sofferenza no, Gesù non la spiega, semmai l’assume su di sé e la redime. Non esistono “perché” razionali per quel che è successo a Marcella e agli altri come lei, costretti su una sedia a rotelle. Ma la passione, morte e risurrezione di Gesù squarciano il velo di nonsenso, offrono speranza, danno una prospettiva».

Il cammino diventa quindi, per Anna Maria, un’icona ed una metafora della vita. «Il cammino presenta delle difficoltà. Noi che camminiamo veniamo messi alla prova. Dobbiamo conoscere il nostro organismo, per far sì che non subisca danni. Dobbiamo conoscere noi stessi e conoscerci fra noi, volerci bene l’un l’altro. E questa è la vita… Conoscere se stessi, conoscere gli altri, muoversi insieme, saper aspettare, saper accettare che ci sia anche chi va più veloce e poi ti aspetta».

Foto: Flickr/Jen Rossey

Chiara Bertoglio

Chiara Bertoglio è una giovane concertista di pianoforte, musicologa, scrittrice e docente italiana. Formatasi presso insegnanti quali Paul Badura Skoda, Konstantin Bogino, Sergio Perticaroli, e diplomatasi appena sedicenne, Chiara Bertoglio ha tenuto il suo primo recital ad otto anni, ed il suo primo concerto con orchestra a nove; si è in seguito esibita nelle più importanti sale italiane ed estere, fra cui la Carnegie Hall, il Concertgebouw di Amsterdam, la Royal Academy di Londra, l’Accademia di Santa Cecilia a Roma, collaborando con musicisti come Leon Fleisher, Ferdinand Leitner, Marco Rizzi e molti altri. Laureata e dottore di ricerca in musicologia, e con un master in teologia, ha scritto diversi libri e numerosi saggi per riviste specialistiche italiane ed internazionali, partecipando come relatrice a convegni prestigiosi (ad Oxford, Londra, Roma etc.). Impegnata nell’approfondimento dei rapporti fra musica e spiritualità cristiana, ha pubblicato libri sull’argomento; inoltre, scrive articoli e libri non musicali per diffondere storie positive di speranza. Svolge intensa attività didattica privatamente ed in importanti istituzioni italiane ed estere, sia come docente di pianoforte sia come musicologa.

da | chicercate.net

domenica 1 marzo 2015

BEATA ANNA DI S. BARTOLOMEO

(ANNA GARCÍA)
(1549-1626)
Memoria, 7 giugno

FRANS DE WILDE Blessed AnneF. de Wilde, B. Anna di S. BartolomeoNacque ad Almendral (Avila) il 10 ottobre 1549. Dopo una adolescenza trascorsa tra i campi, ma già costellata di grandi grazie di ordine mistico, nel 1570 entrava tra le Carmelitane Scalze del primo monastero di S. Giuseppe ad Avila, prima monaca conversa della riforma. Molto cara a S. Teresa, da essa fu ammessa alla professione il 15 agosto 1572, diventando presto l'assistente e la compagna di viaggio della Santa Riformatrice, per ordine della quale imparò, quasi prodigiosamente, a scrivere. Nelle braccia della stessa suor Anna la santa volle morire, ad Alba de Tormes, il 4 ottobre 1582.
Conventuale ad Avila, a Madrid (1591), a Ocaña (1595), nel 1604 passò in Francia con suor Anna di Gesù ed altre quattro monache per iniziarvi la riforma. Poco dopo l'arrivo a Parigi, dovette per obbedienza accettare il velo nero delle coriste; fu eletta poi priora di Pontoise (1605) e di Tours (1608). Tornata a Parigi (1611), ottenne di passare nelle Fiandre per porsi sotto la direzione dei Carmelitani Scalzi, nonostante l'opposizione del cardinal Bérulle. Dopo un anno di sosta a Mons, nel Belgio, il 12 ottobre 1612 partì per fondare un monastero ad Anversa, dove passò gli ultimi quattordici anni, circondata dalla stima degli arciduchi e di tutto il popolo di Anversa, che essa per due volte con le sue preghiere liberò dalla quasi sicura occupazione degli eretici.
Morì nella festa della Trinità del 1626, e Dio benedisse la sua memoria con grazie e miracoli. Papa Clemente XII approvò le virtù eroiche della monaca carmelitana il 29 giugno 1735Benedetto XV la beatificò il 6 maggio 1917. Il corpo è conservato nel monastero carmelitano di Anversa.
La vita spirituale della beata Anna di S. Bartolomeo è tutta incentrata sulla volontà di Dio, ricercata, amata e compiuta con fedeltà generosa. In comunione frequente con la Santa Umanità di Nostro Signore, ne rivive i misteri di gaudio e di martirio, raggiungendo le più alte vette dell'unione con la Santissima Trinità nella trasformazione di amore. Di tali grazie ci ha lasciato l'eco la Beata stessa nell'Autobiografiascritta per obbedienza (2 autografi, ad Anversa e a Bologna). La sua celebrazione liturgica per i Carmelitani Scalzi è fissata al 7 giugno.

Monasterio Stella Maris de HaifaSante Carmelitane, Monastero Stella Maris (Haifa)
di P. Valentino Macca ocdda Santi del Carmelo, a cura di Ludovico Saggi Ocarm, Institutum Carmelitanum, Roma, 1972.

da | carmeloveneto.it

Papa: denaro sia al servizio dell'uomo, se comanda lo rovina



Se il denaro diventa un idolo “comanda le scelte dell’uomo”: oggi invece c’è bisogno di una “qualità nuova di economia”, che sappia far crescere le persone “in tutte le loro potenzialità”. Lo ha sottolineato Papa Francesco, incontrando in Aula Paolo VI circa 7.000 rappresentanti della Confederazione delle cooperative italiane. Il servizio di Giada Aquilino:

“In cooperativa uno più uno fa 3” e un fallimento “è mezzo fallimento”. Questa la realtà cooperativa riassunta da Papa Francesco che ha subito sottolineato come il progresso integrale della persona abbia “bisogno certamente di reddito, ma non soltanto del reddito”. Dell’esperienza cooperativa ha ricordato la storia, con cooperative agricole e di credito fondate e promosse già nell’800 da sacerdoti e parroci, e ha menzionato l’importanza riconosciuta ad esse dai suoi predecessori, come Benedetto XVI che ci ha insegnato come il dio-profitto non sia “una divinità, ma è solo una bussola e un metro di valutazione dell’attività imprenditoriale”, laddove il mondo ha bisogno di “un’economia del dono”:
Denaro al servizio dell'uomo
“Quando il denaro diventa un idolo, comanda le scelte dell’uomo. E allora rovina l’uomo e lo condanna. Lo rende un servo. Il denaro a servizio della vita può essere gestito nel modo giusto dalla cooperativa, se però è una cooperativa autentica, vera, dove non comanda il capitale sugli uomini ma gli uomini sul capitale”.
Il lavoro nero specula su chi ha fame
La riflessione di Francesco si è soffermata sul lavoro nero nel mondo di oggi: quanti uomini e donne del personale domestico – si è chiesto – “hanno il risparmio sociale per la pensione”?:
“C’è la coda, la fila di gente che cerca lavoro: se a te non piace a quell’altro piacerà. E’ la fame, la fame ci fa accettare quello che ci danno, il lavoro in nero”.
L’invito del Pontefice - che rifacendosi a Basilio di Cesarea e San Francesco ha definito il denaro “sterco del diavolo” - è stato allora a trovare “forme, metodi, atteggiamenti e strumenti, per combattere la ‘cultura dello scarto’ coltivata dai poteri che reggono le politiche economico-finanziarie del mondo globalizzato”. Perché “globalizzare la solidarietà”, ha spiegato, oggi significa pensare ai disoccupati, ai poveri, allo sviluppo umano:
Persona al centro dell'economia
“Pensiamo ai bisogni della salute, che i sistemi di welfare tradizionale non riescono più a soddisfare; alle esigenze pressanti della solidarietà, ponendo di nuovo, al centro dell’economia mondiale, la dignità della persona umana”.
Rifacendosi a Papa Leone XIII, Francesco ha ricordato che “il Cristianesimo ha ricchezza di forza meravigliosa”. Quindi è necessario perfezionare, rafforzare e aggiornare “le buone e solide realtà” fin qui costruite:
“Però abbiate anche il coraggio di uscire da esse, carichi di esperienza e di buoni metodi, per portare la cooperazione sulle nuove frontiere del cambiamento, fino alle periferie esistenziali dove la speranza ha bisogno di emergere e dove, purtroppo, il sistema socio-politico attuale sembra invece fatalmente destinato a soffocare la speranza, a rubare la speranza, incrementando rischi e minacce”.
Oltre all’impegno nell’agricoltura, nell’edilizia, nell’industria, nel campo del credito e dei servizi in generale, dove il metodo cooperativo si è rivelato “prezioso”, l’incoraggiamento del Santo Padre è stato a continuare ad essere “il motore che solleva e sviluppa la parte più debole delle nostre comunità locali e della società civile”, creando “nuove possibilità di lavoro che oggi non ci sono”.
Il pensiero del Papa è andato ai giovani, alle donne e agli adulti senza lavoro, alle nuove imprese e a quelle in difficoltà, “a quelle che ai vecchi padroni conviene lasciar morire e che invece possono rivivere” come ‘aziende salvate’, di cui il Pontefice si è definito “un tifoso”. Quindi l’esortazione a “realizzare nuove soluzioni di Welfare”, in particolare nel campo della sanità, “un campo delicato - ha aggiunto - dove tanta gente povera non trova più risposte adeguate ai propri bisogni” e dove, col “dono” della carità che non è un “semplice gesto per tranquillizzare il cuore”, “si può entrare nella casa di chi soffre”:
Sanità solidale
“Come sarebbe bello se, partendo da Roma, tra le cooperative, alle parrocchie e agli ospedali, penso al ‘Bambin Gesù’ in particolare, potesse nascere una rete efficace di assistenza e di solidarietà. E la gente, a partire dai più bisognosi, venisse posta al centro di tutto questo movimento solidale: la gente al centro, i più bisognosi al centro”.
Ma quella gente dev’essere pure al centro dell’economia:
“Si corre il rischio di illudersi di fare del bene mentre, purtroppo, si continua soltanto a fare marketing, senza uscire dal circuito fatale dell’egoismo delle persone e delle aziende che hanno al centro il dio denaro. Invece noi sappiamo che realizzando una qualità nuova di economia, si crea la capacità di far crescere le persone in tutte le loro potenzialità”.
Sostegno alle famiglie, giusti salari ai lavoratori
Questo non significa, ha detto Francesco, che “non si debba crescere nel reddito”, ma occorre - ha proseguito - che l’impresa gestita dalla cooperativa cresca davvero “coinvolgendo tutti”. D’altra parte, l’economia non si rinnova “in una società che invecchia”: il movimento cooperativo può quindi esercitare un ruolo importante “per sostenere, facilitare e anche incoraggiare la vita delle famiglie”. Ad esempio aiutando le donne “a realizzarsi pienamente nella propria vocazione e nel mettere a frutto i propri talenti”, in modo che siano “sempre più protagoniste, sia nelle imprese sia nelle famiglie”. Le cooperative si occupano anche di bambini e anziani, “dagli asili nido fino all’assistenza domiciliare”, perché i beni comuni “non devono essere solo la proprietà di pochi e non devono perseguire scopi speculativi”. L’invito è a investire bene, anche se in Italia e non solo “è difficile ottenere denaro pubblico per colmare la scarsità delle risorse”:
“Mettete insieme con determinazione i mezzi buoni per realizzare opere buone. Collaborate di più tra cooperative bancarie e imprese, organizzate le risorse per far vivere con dignità e serenità le famiglie; pagate giusti salari ai lavoratori, investendo soprattutto per le iniziative che siano veramente necessarie”.
Combattere le false cooperative
Fanno bene le cooperative a combattere “le false cooperative”, che “prostituiscono il proprio nome di cooperativa” per ingannare la gente “con scopi di lucro”:
“Fate bene, vi dico, perché, nel campo in cui operate, assumere una facciata onorata e perseguire invece finalità disonorevoli e immorali, spesso rivolte allo sfruttamento del lavoro, oppure alle manipolazioni di mercato, e persino a scandalosi traffici di corruzione, è una vergognosa e gravissima menzogna che non si può assolutamente accettare. Lottate contro questo!":
Economia dell'onestà, in uscita verso il mondo
Va quindi promossa una “economia dell’onestà”, basata sul bene comune. L’esortazione finale alle cooperative - anche in vista della creazione di un’Alleanza delle cooperative e dei cooperatori italiani, da vivere “come cristiani” - è stata a non rimanere “chiuse in casa”, ma ad uscire “per integrare, nel mondo, lo sviluppo, la giustizia e la pace”, collaborando anche con parrocchie e diocesi.
“Dove ci sono le vecchie e nuove periferie esistenziali, dove ci sono persone svantaggiate, dove ci sono persone sole e scartate, dove ci sono persone non rispettate, tendete loro la mano! Collaborate tra di voi, nel rispetto dell’identità vocazionale di ognuno, tenendovi per mano”.
Testimonianze dei giovani
E loro, i rappresentanti delle cooperative italiane, hanno risposto. Toccanti le testimonianze dei giovani che, attraverso la realtà delle cooperative, sono riusciti ad andare oltre i disagi sociali, ad esempio del Rione Sanità di Napoli, presentando al Pontefice quella che hanno definito la loro “effervescente vitalità” consolidata attraverso il lavoro e ricordando quando il padre di Jorge Bergoglio nel '54 tenne una conferenza sul cooperativismo cristiano:
“Noi siamo del sud, come lei: ci funziona prima il cuore e poi la testa! E abbiamo bisogno di sentirci prima fratelli per poter poi cooperare. Le cooperative sociali ci fanno sentire famiglia e soprattutto ci permettono di accogliere al nostro interno le persone più fragili, più vulnerabili, quelle che solitamente sono scartate dal mercato del lavoro perché ritenute inadatte. Abbiamo messo al centro del nostro operato l’idea che i poveri devono diventare sempre più protagonisti di quel sistema di Welfare che li soccorre, sempre più protagonisti delle nostre cure, al centro delle nostre piccole realtà”.

da | radiovaticana.va

don Luciano Sanvito: Esperienza di Dio



Esperienza di Dio

Applicare lo stile che Dio ha con noi nel nostro rapporto con gli altri.
Questo di può fare solo a una condizione: di avere l'esperienza con Dio.
Il cambio di mentalità, la conversione avviene in base a un'esperienza.

Applicare lo stile di Dio alla nostra vita vuol dire rivoluzionare tutto.
E' davvero una rivoluzione benefica del cuore, dell'anima e della mente.
Solo l'incontro sintonico con l'esprienza di Dio può facilitare questo.
Altrimenti, chi me lo fa fare?

Ogni volta che da noi rivolgiamo il nostro atteggiamento agli altri seguendo il percorso di Dio, ecco a noi viene data con abbondanza e riversata nel nostro grembo la realtà della gioia, della serenità, della pace.

Seguire l'esperienza di Dio significa allora essere pieni della sua presenza, evitando il disguido della confusione, dell'agitazione, del non senso e dell'egoismo.

Essere nell'esperienza di Dio crea infatti una coscienza nuova e rinnovata, che si applica ad ogni situazione della vita, donando un senso nuovo, pieno e sereno in tutti gli aspetti del nostro vivere.

L'invito del Vangelo è proprio quello di essere comprensivi dell'esperienza di Dio, che si dona a noi nel cammino quotidiano, per fare della nostra vita una testimonianza del suo amore prolifico.

Lectio: Lunedì, 2 Marzo 2015


Tempo di Quaresima
1) PREGHIERA
O Dio,
che hai ordinato la penitenza del corpo
come medicina dell’anima,
fa’ che ci asteniamo da ogni peccato
per avere la forza di osservare
i comandamenti del tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...
2) LETTURA
Dal Vangelo secondo Luca 6,36-38
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: “Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio”.
3) RIFLESSIONE
• I tre brevi versi del Vangelo di oggi (Lc 6,36-38) sono una parte finale di un breve discorso di Gesù (Lc 6,20-38). Nella prima parte del discorso, si rivolge ai discepoli (Lc 6,20) ed ai ricchi (Lc 6,24) proclamando quattro beatitudini per i discepoli (Lc 6,20-23), e per i ricchi quattro maledizioni (Lc 6,20-26). Nella seconda parte, si rivolge a tutti coloro che ascoltano (Lc 6,27), cioè, quella moltitudine immensa di poveri e malati, venuta da tutte le parti (Lc 6,17-19). Le parole che rivolge a questa gente ed a tutti noi sono esigenti e difficili: amare i nemici (Lc 6,27), non maledirli (Lc 6,28), offrire l’altra guancia a chi ne schiaffeggia una e non reclamare se qualcuno prende ciò che è nostro (Lc 6,29). Come capire questi consigli così esigenti? La spiegazione ci è data nei tre versi del vangelo di oggi, da cui attingiamo il centro della Buona Novella portata da Gesù.
• Luca 6,36: Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. Le beatitudini per i discepoli (Lc 6,20-23) e le maledizioni contro i ricchi (Lc 6,24-26) non possono essere interpretate come un’occasione per i poveri di vendicarsi dei ricchi. Gesù ordina di avere l’atteggiamento contrario. Dice: "Amate i vostri nemici!" (Lc 6,27). La mutazione o la conversione che Gesù vuole compiere in noi non consiste nel dare un giro appena per invertire il sistema, perché in questo modo nulla cambierebbe. Lui vuole cambiare il sistema. La Novità che Gesù vuole costruire viene dalla nuova esperienza che lui ha di Dio Padre/Madre pieno di tenerezza che accoglie tutti, buoni e cattivi, che fa brillare il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45). Il vero amore non dipende, né può dipendere da ciò che io ricevo dall’altro. L’amore deve volere il bene dell’altro indipendentemente da ciò che lui fa per me. Poiché così è l’amore di Dio per noi. Lui è misericordioso non solo verso i buoni, ma con tutti, perfino con “gli ingrati ed i malvagi” (Lc 6,35). I discepoli e le discepole di Gesù devono irradiare questo amore misericordioso.
• Luca 6,37-38: Non giudicate e non sarete giudicati. Queste parole finali ripetono in modo più chiaro ciò che Gesù aveva detto precedentemente: “Ciò che volete che gli uomini facciano a voi, voi fatelo a loro” (Lc 6,31; cf. Mt 7,12). Se non vuoi essere giudicato, non giudicare! Se non vuoi essere condannato, non condannare! Se vuoi essere perdonato, perdona! Se vuoi ricevere una buona misura, dà una buona misura agli altri! Non aspettare fino a che l’altro prenda l’iniziativa, ma prendila tu e comincia già! E vedrai che è così!
4) PER UN CONFRONTO PERSONALE
• La Quaresima è un tempo di conversione. Qual'è la conversione che il vangelo di oggi mi chiede?
• Sei stato già misericordioso come il Padre celeste lo è?
5) PREGHIERA FINALE
Aiutaci, Dio, nostra salvezza,
per la gloria del tuo nome, salvaci e perdona i nostri peccati
per amore del tuo nome. (Sal 78)

da | O.Carm