SALITA AL
MONTE CARMELO
LIBRO 2 -
CAPITOLO 17
13
- Ma ora nasce un dubbio: se è vero che Dio concede all'anima le visioni
soprannaturali non perché ella le desideri, vi si attacchi o le stimi, per
quale altro motivo gliele elargisce, dal momento che nei loro confronti essa
può andare incontro a molti errori e pericoli o, per lo meno, agli
inconvenienti già descritti che le impediscono di progredire, tanto più che il
Signore potrebbe comunicarle spiritualmente e in sostanza ciò che le dà per
mezzo dei sensi nelle visioni e forme suddette?
14
- Risponderò a questo dubbio nel capitolo seguente con una dottrina ricca e, a
mio parere, molto necessaria alle persone spirituali e a coloro che le
dirigono, poiché vi si insegna il modo con cui Dio si comporta e il fine che in
esse si prefigge, per la cui ignoranza molti non si sanno governare e non sanno
dirigere né se stessi né altri all’unione. Costoro credono che sia sufficiente
il semplice fatto di conoscere che tali visioni siano vere e provengano da Dio,
per ammetterle e rassicurarsi in esse, dimenticando che l’anima potrà trovarvi
spirito di proprietà, attaccamento e impaccio, come in quelle del mondo, se
anche in questo caso non sa rinunciarvi. Allo stesso modo sembra loro che sia
bene ammetterne alcune e rifiutarne altre, gettando se stessi e le anime in
preda ad una grande angustia e ad un grande pericolo quando si tratta di
discernere quali siano vere e quali false. Dio invece non comanda loro di
mettersi in tale impaccio e di esporre le anime umili e semplici a pericoli e
incertezze. Possiedono una dottrina sana e sicura, quella della fede; camminino
per questa via.
15
- Ma non è possibile procedere su questa via, se non si chiudono gli occhi a
tutto ciò che appartiene al senso e che è cognizione chiara e particolare. Per
questo S. Pietro, pur essendo certo della visione della gloria di Gesù Cristo
avuta sul Tabor, dopo aver narrato l’episodio nella sua seconda lettera
canonica, vuole che i fedeli non la prendano come argomento principale di
certezza nella fede, ma per incamminarli sulla via di questa virtù, scrive: Et
ha be-mus firmiorem pro pheticum sermonem, cui benefacitis at ten-dentes, quasi
lucerne ardenti in caliginoso bce, donec dies elucescat (2 Pietro. I, 19).
Abbiamo un argomento più solido di questa visione del Tabor, cioè i detti e le
parole dei profeti, che rendono testimonianza a Cristo, ai quali fate bene a
prestare attenzione come a lucerna che risplende in luogo oscuro. Se esaminiamo
questa comparazione, vi troviamo tutta la dottrina che andiamo spiegando.
Invitandoci a guardare alla fede, di cui parlano i profeti, come a lucerna che
arde in luogo oscuro, S. Pietro vuole indicarci che dobbiamo rimanere al buio,
chiudendo gli occhi a ogni altra luce, e che solo la fede, in queste tenebre,
deve essere il lume a cui dobbiamo affidarci. Se preferiremo appoggiarci a
gualche altra luce di conoscenze distinte, ci allontaneremo da quella oscura
della fede, la quale cesserà di illuminarci nel luogo oscuro di cui parla
l’Apostolo. Questo luogo poi, che è simbolo dell’intelletto, il quale è il
candelabro su cui viene collocata la lucerna della fede, deve restare
all’oscuro fino al momento in cui non albeggi per lei nell’altra vita il giorno
della chiara visione di Dio e, in questa, quello della trasformazione ed unione
divina.
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