domenica 17 novembre 2013


SALITA AL MONTE CARMELO
LIBRO 2 - CAPITOLO 17
13 - Ma ora nasce un dubbio: se è vero che Dio concede all'anima le visioni soprannaturali non perché ella le desideri, vi si attacchi o le stimi, per quale altro motivo gliele elargisce, dal momento che nei loro confronti essa può andare incontro a molti errori e pericoli o, per lo meno, agli inconvenienti già descritti che le impediscono di progredire, tanto più che il Signore potrebbe comunicarle spiritualmente e in sostanza ciò che le dà per mezzo dei sensi nelle visioni e forme suddette?
14 - Risponderò a questo dubbio nel capitolo seguente con una dottrina ricca e, a mio parere, molto necessaria alle persone spirituali e a coloro che le dirigono, poiché vi si insegna il modo con cui Dio si comporta e il fine che in esse si prefigge, per la cui ignoranza molti non si sanno governare e non sanno dirigere né se stessi né altri all’unione. Costoro credono che sia sufficiente il semplice fatto di conoscere che tali visioni siano vere e provengano da Dio, per ammetterle e rassicurarsi in esse, dimenticando che l’anima potrà trovarvi spirito di proprietà, attaccamento e impaccio, come in quelle del mondo, se anche in questo caso non sa rinunciarvi. Allo stesso modo sembra loro che sia bene ammetterne alcune e rifiutarne altre, gettando se stessi e le anime in preda ad una grande angustia e ad un grande pericolo quando si tratta di discernere quali siano vere e quali false. Dio invece non comanda loro di mettersi in tale impaccio e di esporre le anime umili e semplici a pericoli e incertezze. Possiedono una dottrina sana e sicura, quella della fede; camminino per questa via.

15 - Ma non è possibile procedere su questa via, se non si chiudono gli occhi a tutto ciò che appartiene al senso e che è cognizione chiara e particolare. Per questo S. Pietro, pur essendo certo della visione della gloria di Gesù Cristo avuta sul Tabor, dopo aver narrato l’episodio nella sua seconda lettera canonica, vuole che i fedeli non la prendano come argomento principale di certezza nella fede, ma per incamminarli sulla via di questa virtù, scrive: Et ha be-mus firmiorem pro pheticum sermonem, cui benefacitis at ten-dentes, quasi lucerne ardenti in caliginoso bce, donec dies elucescat (2 Pietro. I, 19). Abbiamo un argomento più solido di questa visione del Tabor, cioè i detti e le parole dei profeti, che rendono testimonianza a Cristo, ai quali fate bene a prestare attenzione come a lucerna che risplende in luogo oscuro. Se esaminiamo questa comparazione, vi troviamo tutta la dottrina che andiamo spiegando. Invitandoci a guardare alla fede, di cui parlano i profeti, come a lucerna che arde in luogo oscuro, S. Pietro vuole indicarci che dobbiamo rimanere al buio, chiudendo gli occhi a ogni altra luce, e che solo la fede, in queste tenebre, deve essere il lume a cui dobbiamo affidarci. Se preferiremo appoggiarci a gualche altra luce di conoscenze distinte, ci allontaneremo da quella oscura della fede, la quale cesserà di illuminarci nel luogo oscuro di cui parla l’Apostolo. Questo luogo poi, che è simbolo dell’intelletto, il quale è il candelabro su cui viene collocata la lucerna della fede, deve restare all’oscuro fino al momento in cui non albeggi per lei nell’altra vita il giorno della chiara visione di Dio e, in questa, quello della trasformazione ed unione divina.

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