martedì 12 novembre 2013

donne chiesa mondo

Suore e carceri
Sbarre, muri, lucchetti, catene. Uomini, donne e anche bambini; detenuti colpevoli, detenuti innocenti, immigrati clandestini, bracci della morte, campi di prigionia nella storia di ieri e di oggi; martirio. Insieme, per mano, nell’ascolto, nella preghiera e nell’abbraccio, suore che trovano e hanno trovato nell’assistenza ai carcerati un modo concreto per lenire tante ferite, anche perché — come ha recentemente ricordato Papa Francesco (accogliendo il dono di una borsa confezionata a mano per lui dalle detenute del carcere romano di Rebibbia) — «nessuna cella è così isolata da escludere il Signore, nessuna». Entrare nelle carceri per essere davvero vicine a chi vi è rinchiuso richiede una grande forza di immedesimazione perché tempo, suoni, colori, priorità, tutto cambia dietro le sbarre. Dove la conseguenza più terribile è la perdita della speranza. Non tanto il cuore spezzato, ma il cuore che diventa pietra. Alla relazione tra suore e carceri è dedicato questo numero. Alle suore che vi entrano per stare accanto ai detenuti, ma anche alle suore che la carcerazione l’hanno vissuta sulla loro pelle. Perché in entrambe le situazioni, le religiose si dimostrano capaci di vivere questo momento come autentica comprensione della loro missione di donne e di religiose. Per questo numero, Isabella Ducrot — appassionata di rose che coltiva da anni con sapienza e amore — ha disegnato una specifica varietà di questo fiore. Sono cespugli composti di piccoli, perfetti pon pon bianco latte tra cui fanno capolino, qua e là, boccioli rosso rubino; le foglie sono piccole, ordinate, scure e sempreverdi. Queste rose si chiamano Félicité et Perpétue, e prendono il nome da due giovani donne che subirono il martirio sotto Settimio Severo. E che morendo ci hanno lasciato un testo di passione, dignità e coraggio. Di fede, di carcere e di femminilità. (g.g.)
 3 novembre 2013
L'Osservatore Romano

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