"Viviamo
in una cultura che ci porta a negare il dono"
Omelia del cardinale Caffarra alla
Messa degli universitari bolognesi
Bologna, 13
Novembre 2013 (Zenit.org) | 56
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La pagina
evangelica appena ascoltata ci induce a riflettere su un’attitudine
fondamentale della vita cristiana, anzi della vita umana come tale: la
gratitudine.
1. La
narrazione evangelica è dominata dal comportamento contrastante tenuto da uno
dei dieci lebbrosi guariti, e degli altri nove. Il primo, dice il testo
evangelico, «vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce; e si
gettò ai piedi di Gesù, per ringraziarlo». Gli altri nove, dopo la guarigione,
dimenticarono il beneficio ricevuto.
Cari
giovani, se noi leggiamo le pagine del Primo Testamento, vediamo che il Signore
rimprovera spesso il suo popolo di dimenticare i benefici ricevuti. Di
attribuire a se stesso – alla sua saggezza, alla sua forza… - ciò che invece è
dono di Dio. «Sappi dunque» dice il Signore al suo popolo «che non a causa
della tua giustizia il Signore tuo Dio ti dà il possesso di questo fertile
paese; anzi, tu sei un popolo di dura cervice» [Deut 9, 6].
Anche nelle
lettere di S. Paolo il richiamo alla gratitudine verso il Signore,
l’esortazione a ringraziarlo spesso è costante.
Qual è la
ragione profonda di questo invito che attraversa tutta la S. Scrittura? E’
molto semplice. La ragione è che noi non apparteniamo radicalmente a noi
stessi. Il nostro esserci è un evento che trova la sua spiegazione nella
decisione di Dio creatore di chiamarci all’esistenza. Non tutte le relazioni
che costituiscono la trama della nostra vita sono relazioni costruite da noi,
relazioni contrattuali. Viviamo innanzitutto dentro relazioni che ci sono
donate: con Dio creatore; con i nostri genitori. Sono relazioni costitutive.
L’atto
fondamentale con cui noi prendiamo coscienza di questa nostra condizione
ontologica è la gratitudine.
Il fatto,
tuttavia, che questa presa di coscienza sia in un qualche modo un bisogno
scritto nella natura della nostra persona, non significa che essa senz’altro si
accenda. E’ quanto ci dice la pagina evangelica. La persona umana, ciascuno di
noi può impedire il sorgere di questa presa di coscienza; può perdere la
memoria di se stesso come essere-donato.
Cari amici,
dovete essere particolarmente vigilanti al riguardo, poiché . Per almeno due
ragioni strettamente connesse.
La prima è
un concetto ed un’esperienza di libertà che tendono ad identificarla colla
negazione di ogni appartenenza. Sei libero - ti viene detto continuamente
– se e nella misura in cui non appartieni a nessuno, ma solo a te stesso/a. E’
una condizione, questa, drammatica, poiché è la condizione di una persona senza
radici, dal momento che ogni relazione è costruita e nessuna data. E’ la
persona condannata alla solitudine; ed essere liberi solo per sé stessi è la
morte spirituale.
La seconda ragione
è che abbiamo cercato di costruire il sociale umano solo sulla categoria dei
diritti. Per definizione il diritto soggettivo esclude ogni attitudine di
gratitudine: ciò che è dovuto, non è donato.
Avete
sentito che cosa dice Gesù al samaritano che è ritornato a ringraziarlo:
«alzati e va; la tua fede ti ha salvato».
Fate bene
attenzione. Il samaritano è già stato guarito. Avviene qualcosa di più grande: la
salvezza. Il passaggio dalla gratitudine, segno di una profonda onestà
naturale, alla fede è stato logico e facile. Nel momento in cui tu prendi
coscienza che dipendi nel tuo essere dall’Amore; nel momento in cui prendi
coscienza del rischio che ogni giorno corri di perdere te stesso, ti consegni
pienamente a Dio che in Gesù ha mostrato l’infinito interesse che Egli ha per
te. Questa consegna è la fede. Questo ha fatto il samaritano
della pagina evangelica.
2. Vorrei ora,
brevemente, mostrarvi una conseguenza terribile che accade nella vicenda umana
quando da essa scompare o in essa si oscura il senso del dono e della gratitudine.
E’ la prima lettura a indurci a questa riflessione.
Di che cosa
parla? Della giustificazione, della legittimazione del potere politico. E la
pagina ci presenta lo scontro fra un potere che vuole trovare in se stesso la
sua giustificazione [«siete orgogliosi per il gran numero dei vostri popoli»] e
un potere che ha un referente nel Signore stesso [«la vostra sovranità proviene
dal Signore»]. Non voglio ora approfondire; non è questo il luogo e il momento.
Desidero
solo richiamare la vostra attenzione, e concludo, sul seguente fatto: la
persona che rifiuta di essere grata; la vicenda umana che esclude positivamente
dal suo orizzonte la gratitudine, è costretta a ritenere insensata la domanda:
«nelle vostre città, forestieri, fu un dio o un essere umano responsabile della
fissazione delle leggi?» [Platone 624 A].
L’uomo che
non vuole appartenere a nessuno, finisce di essere a disposizione dell’arbitrio
del potere.
.

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