sabato 28 febbraio 2015

Chiamati alla gioia

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Alberto Neglia
Molte pagine di letteratura teologica e spirituale sono state scritte per creare una certa diffidenza nei confronti della gioia. Queste pagine a volte hanno tratto ispirazione da una errata interpretazione delle "beatitudini evangeliche" che voleva la beatitudine, la gioia rimandata nell'aldilà, quasi a premio di una vita tribolata in questo mondo. Questa prospettiva si è come cristallizzata in un testo, per altri aspetti molto pregevole, che ha avuto un grande influsso nella formazione spirituale. Mi riferisco alla Imitazione di Cristo che ammonisce: «Tutte le delizie terrene o sono vane o sono turpi», e ricorda: «Non si può godere due volte: gioire prima in questo mondo e poi regnare con Cristo»2.
Questo "aut aut" che, ripeto, ha pesato nella formazione spirituale di molte generazioni, ha portato al convincimento che la gioia con tutte le sue manifestazioni umane sia esperienza che non si addice a chi intraprende un serio cammino spirituale. Mentre la "gravitas" del portamento e la tristezza sono state considerate atteggiamenti più compatibili con l'ideale cristiano, per cui i modelli proposti abitualmente erano quelli di santi che usavano il cilicio, fuggivano il mondo e si privavano anche dei piaceri leciti.
"la vostra gioia sia piena"
Se si pone, però attenzione alla rivelazione biblica ci si rende conto facilmente che questa tradizione si era allontanata dall'orizzonte presente nel dato rivelato. Il Dio della Bibbia, infatti, come viene evidenziato in altre pagine di questa monografia, è un Dio che gioisce delle sue opere (Sal 104,31), un Dio che fa festa e coinvolge gli altri nella sua gioia per i] figlio ritrovato (Lc 15,23). Alla nascita di Gesù, ai pastori che vegliano nella notte, l'angelo annunzia «una grande gioia, che sarà di tutto il popolo» (Lc 2, 10). E la sua presenza è festa, perché lui è lo Sposo che scaccia ogni tristezza. Ecco perché i discepoli non digiunano: «Possono forse digiunare gli invitati a nozze quando lo sposo è con loro?» (Mc 2,19).
La riflessione teologica contemporanea sta riscoprendo la piena umanità di Gesù come parte integrante del suo ruolo salvifico, ed evidenzia con interesse le sue capacità di humour, evidenti in certi passi dei Vangeli, e soprattutto mostra interesse per la sua possibile immagine di uomo felice'. Gesù esulta e sorride, gioisce delle amicizie, sa stare con gioia a mensa con i giusti e con i peccatori ed è fonte di gioia e di conso-lazione per tutti quelli che incontra.
Desiderio di Gesù è che il nostro cuore si rallegri e che nessuno possa rapirci la sua gioia (Gv 16,22-23). Il vivere il suo progetto è finalizzato a suscitare e ad alimentare la gioia: «Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena» (Gv 15, 10s).
Paolo evidenzia che la gioia, di cui Gesù ci rende partecipi, è frutto dello Spirito (Gal 5,22), che affiora nella vita dell'uomo come conseguenza del suo dimorare nell'amore trinitario.
Questa gioia, quindi, non è qualcosa di superfluo, ma nasce dalla consapevolezza di questo essere coinvolti nella comunione trinitaria e dal sentirsi continuamente sorretti da questo abbraccio di Dio che mette in piedi, salva e apre sempre nuovi orizzonti. Per cui il profeta può cantare: «Hai moltiplicato la gioia, hai aumentato la letizia. Gioiscono davanti a te come si gioisce quando si miete e come si gioisce quando si spartisce la preda» (Is 9,2).
L'antropologia cristiana, allora, alla luce della Rivelazione, è segnata costruttivamente dalla gioia. Anzi, la gioia, come scrive A. Louf, «è il terreno in cui ogni vita mette radici per essere in grado di esistere. Senza la gioia non potremmo vivere, o meglio non potremmo sopravvivere».
Tenendo conto di questo orizzonte, la vita del cristiano si configura come una condizione gioiosa per cui una esperienza cristiana incapace di affermare il primato della gioia, si troverebbe in contraddizione con se stessa e destinata a lacerare la sua stessa coscienza tra attenzioni dolorose e santificate, e fughe piacevoli ma diffidate.
A partire da tale prospettiva, il credente deve proporsi seriamente un progetto educativo alla gioia e alle sue manifestazioni.

il paradosso della gioia

Frutto del dono libero dell'amore trinitario, che ci raggiunge in Cristo Gesù, la gioia evangelica non è evasione scanzonata o alienante, ma si coniuga con tutto il mistero di Cristo e quindi anche con il mistero della passione e della morte. La gioia cristiana si può vivere, allora, anche nella sofferenza, se si è uniti a colui che ne è la sorgente e la causa: «Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,11s). Consapevole di questo, Paolo poteva scrivere ai cristiani di Filippi: «Anche se il mio sangue deve essere versato in libagione sul sacrificio e sull'offerta della vostra fede, sono contento, e ne godo con tutti voi. Allo stesso modo anche voi godetene e rallegratevi con me» (Fil 2,17s).
In sostanza l'esperienza della sofferenza diventa circostanza che consente a Paolo di essere messo in sintonia con il Signore Gesù; e gioire "nel Signore" per lui non è una qualsiasi formula entusiastica, ma è il riconoscimento della presenza del Risorto su ogni vicenda umana.
Dopo Paolo altri credenti, seppure incatenati, sono stati epifania del sorriso di Dio per questo mondo.
Di Policarpo viene detto che nel confessare la sua fede davanti al proconsole, prima del martirio, «era pieno di coraggio e di allegrezza e il suo volto splendeva di gioia».
Don Tonino Bello, alcuni giorni prima di morire, al termine della Messa Crismale (8 aprile 1993) fattosi portare al centro del presbiterio volle dire al suo popolo: «...Andiamo avanti con grande gioia. Io ho voluto prendere la parola per dirvi che non bisogna avere le lacrime, perché la Pasqua è la Pasqua della speranza, della luce, della gioia e dobbiamo sentirle. Io le sento veramente, perché è così, perché il Signore è risorto, perché Egli è al di sopra di tutte le nostre malattie, le nostre sofferenze, le nostre povertà. E al di sopra della morte. Quindi ditelo!»6.
Chi nella fede fa esperienza che gioia e croce sono compatibili, è uno che si è educato alla logica evangelica del "perdersi per ritrovarsi" e che ha capito che la gioia è come l'amore e quindi è impossibile immaginarla individualmente come un patrimonio di cui essere gelosi. Senza la gioia degli altri, non è possibile avere la gioia. La testimonianza di Gesù, riportata negli Atti: «Vi è più gioia nel dare che nel ricevere» (At 20,35), sta determinando la sua vita.
vivere le gioie del mondo
Se la gioia è l'esperienza che si produce in noi quando otteniamo che si realizzi un desiderio e il desiderio del credente è l'essere con Gesù e vivere nella propria carne il suo mistero che è di gioia certamente, ma anche di sofferenza, questo vuol dire che il discepolo di Gesù deve rinunciare alle gioie umane?
Certo, è vero, la gioia autentica si trova a una grande profondità e dobbiamo scavare molto profondo in noi per permetterle di sgorgare; ecco perché ogni grande gioia è anche silenziosa: non può essere espressa, è indicibile, raramente affiora in superficie. Ma è anche vero che la gioia di questo mondo, la gioia con connotazione umana non può essere ignorata e che ha la sua importanza, contiene già la gioia futura.
Come si esprimeva Paolo VI nell'enciclica Gaudete in Domino: «La gioia cristiana suppone un uomo capace di gioie naturali»'. E aggiungeva che Gesù stesso, nella sua umanità «ha fatto l'esperienza della nostra gioia. Egli ha manifestamente conosciuto, apprezzato, esaltato tutta una gamma di gioie umane, di quelle gioie semplici e quotidiane, alla portata di tutti. La profondità della sua vita interiore non ha attenuato il realismo del suo sguardo, né la sua sensibilità»e.
Aggiungeva, ancora, Gesù «ha accolto e provato le gioie affettive e spirituali, come un dono di Dio»9.
Se gioia, godimento dell'amicizia, della natura, sorriso, sono valori umani che Gesù non ha rinnegato, ma che ha vissuto intensamente ponendo accanto ad essi come unico criterio di fruizione, per togliere ogni pericolo di autoinganno, il primato dell'amore e della condivisione; allora bisogna sottolineare che non è umano né cristiano rinunciare alle gioie create e volute da Dio, diffidare e astenersi dai valori della vita e della terra. Dio ha voluto che il suo servizio avvenisse nell'umano, sulla terra e che avesse come contenuto un autentico rapporto con gli uomini e con le cose'°, allora bisogna educarsi a saper convivere con le nostre gioie semplici e quotidiane e vigilare sempre perché esse non diventino idolo ma si ricevano dalle mani di Gesù e siano vissute nel regime dell'amore.

la gioia della relazione

Una di queste gioie semplici e quotidiane è certamente quella che deriva da una relazione realizzata. La gioia, infatti, perché frutto di un dono ricevuto, ma anche offerto, dice relazione, anzi è esperienza che si produce nell'uomo quando ottiene che si realizzi una relazione desiderata. Una relazione non solo con Dio, ma anche con le creature e con il creato. «L'uomo prova la gioia, — ci ricorda, ancora, Paolo VI — quando si trova in armonia con la natura, e soprattutto nell'incontro, nella partecipazione nella comunione con gli altri»11. E Gesù prega perché questa 'comunione si realizzi tra i suoi discepoli: «Padre santo, custodisci nel tua nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi»(Gv 17,11). E subito dopo aggiunge: «Perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia» (Gv 17,13).
La relazione ha certamente diversa densità e si esprime quindi con manifestazioni eterogenee, ma se è vera essa va assunta sia quando si esprime nel semplice convenire per un banchetto di umana comunione, o per giocare o per far festa assieme'2, sia quando il rapporto si fa più denso nella realtà familiare e nell'amicizia profonda.

tra gli sposi

Nella pienezza dell'amore coniugale, nella dolcezza della comprensione reciproca, nello stupore della vita che si rinnova, la gioia degli
sposi è partecipazione della gioia pasquale del Cristo e motivo di ringraziamento e di lode. Della dinamica relazionale dell'amore coniugale fa parte il dono sessuale nell'amore, momento determinante e costruttivo della realtà di coppia a cui anche il sacramento invita i coniugi (GS 49). Questo dono è, per gli sposi cristiani, esperienza di gioia. Da quando l'uomo ha emesso il primo grido di gioia di fronte alla donna creata (Gen 2,23), dalla rivelazione, l'amore tra l'uomo e la donna, voluto da Dio, è statti visto come cosa buona ed è stato cantato come fonte di gioia e di piacere. È importante allora che gli sposi cristiani sappiano accettare la sessualità con la serenità e la cordialità che provengono dalla fede nella bontà intrinseca delle opere di Dio e sappiano gioire di tutti quei gesti di tenerezza nei quali l'amore coniugale si incarna, si trasmette ed è accolto. Certo nel piacere donato e accolto attraverso tutte le vibrazioni dei sensi sono possibili la menzogna e l'illusione, ma quando esso è autentico, quando esprime e favorisce l'amore coniugale allora è gioia piena.

tra gli amici

Altra relazione fonte di gioia è l'amicizia. «Chi trova un amico, trova un tesoro» (Sir 6,14), ci ricorda la sapienza biblica. L'amicizia è qualcosa di più del semplice stare insieme. Essa è per sua natura gratuita: nasce dove non si è piantato, cresce senza bisogno di giuramento o di legge. Improvvisa, inattesa spunta nell'intimità spirituale tra due persone e quando questo avviene si coglie l'essere dell'altra persona e nel mistero dell'altro è come se si percepisse in un riflesso debole ma reale, l'invisi-bile. «Cogliere l'infinito nel finito: ecco l'essenza dell'amicizia»" Quando questo avviene, quando si verifica un'amicizia trasparente, limpida, non accaparratrice, tutti i sensi vibrano ed esplode la gioia: «Un amico fedele è un balsamo di vita» (Sir 6,16), ci consola sempre la sapienza biblica; ed è dono di Dio:«lo troveranno quanti temono il Signore» (Sir 6,16). Nell'amicizia la provvidenza di Dio si presenta come dono che si concentra sul volto dell'amico.
Gesù ha vissuto amicizie profonde: con Lazzaro, con Marta e Maria e con loro ha pianto e ha gioito (Gv 11,5.11). Sulla scia di Gesù, nella tradizione cristiana sono presenti testimoni che hanno tratto consolazione e gioia da un autentico rapporto amicale. Tra questi, mi piace ricordare Benedetta Bianchi Porro, creatura, vicina a noi nel tempo e nel sentire. Essa, sebbene assediata da una grave malattia, sorda, totalmente paralizzata, priva di ogni facoltà sensitiva e alla fine anche cieca, ha saputo farsi amica sollecita verso chi a lei si avvicinava. E, a sua volta, nell'affetto degli amici ha saputo cogliere una presenza che le ha consentito di vivere intensamente. All'amica Franci, scrive: «Vorrei tanto ringraziarti della tua lettera, che mi è giunta proprio quando mi sembrava di boccheggiare e sentivo la speranza sbiadire per dar posto in me ad un infinito senso di dolore e di angoscia. Poi ho avuto la gioia di farmi trasmettere le tue parole e mi è sembrato per un attimo di essere composta di vetro, e che tu scrivendomi vedessi dentro di me, nell'anima. Ho sentito che l'aiuto di Dio, tramite tuo, mi veniva incontro e mi dava una gioia più grande di quanto tu possa immaginare»14. Benedetta ha sperimentato che Dio dona il pane che rende forti attraverso il gesto degli amici, e dalla sua estrema povertà non si è vergognata di chiedere questo pane.
Certamente l'amicizia infrange i limiti del proprio io, e perciò è anche causa di dolore. Ma solo chi entra nel rischio dell'amicizia, chi non si ripiega su se stesso, ma in modo umile e con perseveranza quotidiana, passando anche attraverso tappe dolorose, va incontro all'altro in modo gratuito e contemplativo, sperimenta quanto sia gioioso «camminare in festa», assieme all'altro «verso la casa di Dio» (Sal 55, 15).

per concludere

L'esemplificazione, ovviamente, non esaurisce le numerose gioie legate alle varie relazioni umane. Ma intenzione di questa riflessione non era questo, ma quello di evidenziare che la gioia non è un lusso nella vita umana, ma una vocazione nella quale Dio stesso ci coinvolge. La sorgente della gioia cristiana, infatti, è certamente la comunione con Dio, ma è motivo di gioia anche tutto ciò che è uscito dal cuore di Dio. Le persone, la bellezza della natura, le cose sono tutte motivo di gioia perché esse sono come orme del passaggio di Dio. É importante, allora, per il credente sapere che il gioire nel relazionarsi con le creature e con il creato non è un male, anzi è esperienza che fa crescere in umanità se la relazione è ispirata da amore gratuito.

da O.Carm

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